Donne delle scienze e carriera universitaria: cosa non va

Di Gianna Martinengo

Studiano, si impegnano, si laureano, fanno ricerca, anche in ambito STEM. Poi a un certo punto qualcuno dice loro: “Grazie, è stato bello, adesso andiamo avanti noi, nella carriera e nei compensi”. Senza bisogno di disturbare, come faremo a breve, indagini nazionali e internazionali, questo è ciò che accade alle donne, nel nostro Paese e non solo, per ciò che attiene il settore universitario e quello della ricerca, specie in relazione alle discipline STEM.

Nonostante anni di impegno, anche da parte di associazioni, enti e aziende, nei confronti dell’abbattimento delle differenze di genere, del sostegno alle bambine e alle ragazze verso studi scientifici, permangono in Italia barriere al momento difficilmente superabili, come se il solito retaggio (donna=cura della casa=lavoro impiegatizio o comunque nell’ambito delle lettere) continuasse a godere di ottima salute.

Il lockdown non previsto da nessuno e questi mesi di incertezza legati alla gestione dei figli vs lavoro, prettamente appannaggio del mondo femminile, non hanno fatto che porre con ancor maggior forza la questione: dove vogliono e possono arrivare le donne? Perché “possono” sempre meno degli uomini? Si potrebbe quasi parlare di Cenerentola alle prese con il muro (non la scarpetta) di cristallo.

Donne e carriera: brave ma messe da parte

In realtà le donne, dal punto di vista scolastico, partono benissimo: nel nostro Paese le diplomate sono più dei diplomati (64,5% vs 59,8%).

E proseguono ancora meglio, dato che le donne laureate sono più degli uomini: 22,4% vs 16,8%.

A questo punto, però, per colpa - possiamo presumere - di un sistema di welfare e sostegno al mondo femminile non all’altezza del nostro tempo, le strade si dividono: gli uomini lavorano molto più delle donne (76,8% vs 56,1%).

Cosa succede all’interno del mondo universitario, culla della ricerca?

I dati sono davvero interessanti (in senso negativo) e confermano la nostra idea iniziale: le ragazze e le donne, pur se con preparazione e bravura a volte superiori, restano sempre un passo indietro rispetto agli uomini. Vediamo come: 38 docenti universitari su 100 sono donne. 36 ricercatrici su 100 sono ugualmente donne.

Dove va a finire, a questo punto, la carriera universitaria? Va a finire in uno spazio angusto, dato che si parla, per le donne, di segregazione sia orizzontale, per i numeri, che verticale, per i livelli della professione, “nonostante – cita l’Istat – via sia nel tempo una crescita delle percentuali”. Il discorso della segregazione vale anche per il personale tecnico-amministrativo delle università.

Discipline STEM, andiamo benino

Il problema delle discipline STEM appannaggio del mondo maschile non è tipico italiano, dato che, secondo i dati Onu, solo il 30% delle studentesse nel mondo sceglie discipline di questo genere. In Italia le cose vanno leggermente meglio, dato che “sebbene siano ancora poche le studentesse che scelgono le “scienze dure”, l’Italia vanta una percentuale di donne che hanno conseguito il dottorato di ricerca in area STEM superiore alla media europea”.

Le nostre docenti nelle materie STEM? Sono il 37,4% del totale. Però, entrando nel dettaglio, le docenti di prima fascia sono solo il 18,3%, mentre sono il 33% le docenti di seconda fascia. Sono invece il 42,1% le ricercatrici a tempo indeterminato.

Donne e carriera: i problemi ancora da risolvere

Quando una ragazza frequenta l’università e ragiona sul suo futuro, e magari si vede non in azienda, ma in ateneo, ad oggi deve essere consapevole del fatto che con fatica (e non per incapacità, ma per questioni di numeri maschi/femmine) riuscirà a raggiungere il vertice apicale della carriera universitaria; e che verrà “espulsa” con naturalezza dalla carriera accademica una volta che avrà concluso il suo percorso di formazione.

Questi due fenomeni sono chiamati rispettivamente glass ceiling e leaky pipeline e ci interpellano con forza: davvero non possiamo fare nulla per combatterli e abbatterli? Davvero le ragazze si devono rassegnare?

Parità di genere: chi può dare l’esempio?

Ad oggi il 97% dei premi Nobel scientifici è stato assegnato a uomini. Noi, che stiamo passando e sopravvivendo al Covid, commentiamo: e quindi? Il presente è fatto proprio per essere cambiato e modificato, specie nelle sue dinamiche non corrette. Anzi: proprio questo momento di forte incertezza ci deve spingere ad agire in velocità e in modo mirato, partendo proprio dalla scuola, dall’abbattimento degli stereotipi che ancora aleggiano nell’educazione primaria.

A noi, come rappresentanti del mondo delle associazioni o dell’imprenditoria, il compito di spingere sempre di più sulle opportunità che dal mondo STEM possono provenire sia per i ragazzi che per le ragazze. Inoltre, per una narrazione corretta delle professioni scientifiche, diventa fondamentale occuparsi anche di presentare role model credibili. Cosa intendiamo con “credibili”? Intendiamo biografie di donne “eccezionalmente normali”, che hanno puntato a crescere dal punto di vista professionale ma che non sono diventate carrieriste. Donne che hanno mantenuto un equilibrio familiare e lavorativo nella quotidianità. Insomma, l’astronoma, ma anche la ricercatrice che sta studiando il Sars-CoV-2.

Contestualmente, è bene che il mondo accademico e quello politico, saldamente interconnessi, si interroghino sulle disparità e non producano unicamente report con dati e statistiche, ma progetti concreti per sfondare una volta per tutte i muri di cristallo che ancora ci imbrigliano.

Fonti: Istat, Onu/Unesco, Observa Science in Society