Alessandra Sciutti, l’ingegnera dell’IIT che vuole rendere “sensibili” i robot

Da bambina sognava di diventare una strega, «per modellare il mondo» a suo piacimento e «per rendere la vita più semplice». Da grande, poi, ha cambiato prospettiva. «Prima di cambiare il mondo vorrei capirlo meglio. In particolare vorrei capire come funziona l’essere umano». Per scoprirlo però non ha scelto di diventare psicologa o sociologa, ma ingegnera robotica.

Oggi, a quasi 39 anni, Alessandra Sciutti è ricercatrice presso l’Istituto Italiano di Tecnologia, dove attualmente è PI, Principal Investigator, a capo dell’unità CONTACT – Architetture Cognitive per Tecnologie Collaborative. «L’uomo – sottolinea – è così imprevedibile e indicibile che prima di iniziare a temere sul serio che un robot possa assomigliarci, è necessario che ci chiariamo le idee su chi siamo e come interagiamo gli uni con gli altri». L’obiettivo del team che coordina (composto da una ventina di ricercatori) è «studiare i meccanismi sensoriali, motori e cognitivi che consentono agli esseri umani di stabilire la comprensione reciproca che è alla base dell’interazione». Lo scopo ultimo è progettare robot che possano avvalersi di meccanismi analoghi, per collaborare in modo naturale con le persone nella loro quotidianità.

I robot di oggi – aggiunge Sciutti, «hanno sviluppato importanti competenze motorie: sanno fare ad esempio dei salti mortali. E anche competenze cognitive: riescono infatti a vincere tornei di scacchi o altri giochi di strategia. Ma non hanno ancora nulla di ciò che noi umani consideriamo “sensibilità” e che ci permette di capire, quasi sentire, come stanno gli altri e quali siano le loro intenzioni».

Per noi è semplicissimo, sin da bambini, capire se abbiamo fatto qualcosa che ha innervosito chi sta collaborando con noi e agire di conseguenza per “aggiustare il tiro”. O anche prevedere da un’occhiata o un gesto quale sarà il prossimo strumento di cui avrà bisogno la persona che stiamo aiutando. «Questa capacità di predizione e adattamento sono invece ancora molto carenti nelle macchine, che per ora riescono solo ad eseguire le nostre esplicite istruzioni», chiarisce. «Un robot incapace di comprendere e anticipare le nostre necessità e di imparare e adattarsi durante un’interazione non potrà mai diventare il robot assistente o collaboratore che la fantascienza ci ha insegnato a desiderare. E finché non abbiamo chiarito questi aspetti, gli unici robot che entreranno nelle nostre case sono quelli da cucina o che aspirano le briciole».

Un curriculum straordinario, tra Italia, Usa e Giappone
Alessandra Sciutti ha un curriculum eccezionale. Dopo la Laurea in Bioingegneria all’università di Genova (sua città natale) e un Dottorato di ricerca in Tecnologie Umanoidi, ha trascorso due periodi all’estero, prima al Robotics Lab del Rehabilitation Institute di Chicago e poi presso l’Emergent Robotics Laboratory dell’Osaka University.
Nel 2018 ha vinto uno Starting grant, i finanziamenti più prestigiosi elargiti dall’European Research Council (ERC), prima organizzazione europea per il finanziamento della ricerca di frontiera di alto livello, che eroga borse di ricerca individuali. La borsa “Starting grant” è destinata a ricercatori giovani che useranno il finanziamento per costruire in autonomia i propri team di ricerca e condurre studi pionieristici in diverse discipline; ha un valore di circa 1,5 milioni di euro per la durata di 5 anni. Alessandra Sciutti si dedica al progetto wHiSPER www.whisperproject.eu (investigating Human Shared PErception with Robots – Studio della percezione condivisa tra uomini e robot).

«Con i fondi ricevuti ho avviato il mio progetto, che terminerà nel 2024». Le ricerche potrebbero trovare applicazione in contesti assistivi e riabilitativi, ad esempio per anziani, con lo sviluppo di nuove tecnologie in grado di adattarsi ai problemi percettivi di ciascun individuo.

La promozione di attività STEM tra i più giovani
«Io sono stata fortunata, perché ho avuto sempre a che fare con un ambiente multidisciplinare, multietnico e ben suddiviso tra donne e uomini. Sia in IIT che in Giappone e in Usa ho lavorato a stretto contatto con donne ricercatrici che si occupavano di tematiche simili alla mia, quindi non ho vissuto il problema del maschilismo sul lavoro. E’ comunque un problema che rimane nella società e contro il quale è necessario continuare a lottare».

Ed è così convinta che parlare con i bambini potrà cambiare le cose che con il suo gruppo è stata testimonial per la Barbie Ingegnera robotica su Barbie magazine (Mattel), una campagna per promuovere le discipline STEM tra bambine e ragazze.

La giovane ingegnera tiene delle lezioni anche nelle scuole, con l’obiettivo di avvicinare e incuriosire le più piccole e i più piccoli. «Capita che i bambini mi facciano delle domande difficilissime, spiazzanti, tipo: “Ma se iCub cade da un muretto, poi sopravvive?”… Una domanda che chiama in campo l’idea di infinito, di vita, di eternità. Ma è capitato che mi domandassero anche: “Chi accompagna iCub in bagno”? Sembrano domande banali, ma in realtà per me sono essenziali perché mi confermano un’idea che coltivo da tempo: per occuparci di robot serve un approccio multidisciplinare, che tenga insieme scienziati, ingegneri, filosofi, psicologi, e anche pedagogisti».

Anche come madre Sciutti cerca di avvicinare sua figlia alla scienza. «In realtà lei alterna il gioco delle principesse a quella della poliziotta, ma ha anche appena costruito un razzo con i lego. Mio marito ed io siamo sostenitori del gender equality, le regaliamo doni e abiti di tutti i tipi, affinché lei possa scegliere liberamente. Anche i nonni sono d’accordo. L’anno prossimo frequenterà una scuola elementare montessoriana, come quella che ho frequentato io e che mi ha offerto la possibilità di sviluppare i miei doni e le mie curiosità».

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