Cecilia Robustelli: il sessismo nella lingua italiana a trent’anni dalla denuncia di Alma Sabatini

cecilia robustelli

Era il 1987 quando la Presidenza del Consiglio dei Ministri pubblica Il sessismo e la lingua italiana, le raccomandazioni di Alma Sabatini per evitare un linguaggio sessista. Quel lavoro, pioneristico in Italia, è considerato ancora un punto di riferimento per contrastare l’invisibilità delle donne che si perpetua attraverso le scelte linguistiche.

“All’epoca studiavo per il dottorato alla University of Reading, in Inghilterra. Una realtà all’avanguardia sul fronte dei Women Studies” racconta Cecilia Robustelli, linguista dell’Università di Modena e Reggio Emilia. “Lì insegnava il normalista Giulio Lepschy, un linguista di riferimento a livello mondiale per lo studio della linguistica italiana, e fu proprio lui a farmi conoscere il lavoro di Sabatini: perché ne stava scrivendo la prima recensione”.

Iniziano oltremanica, dunque, le prime riflessioni di Cecilia Robustelli sul linguaggio di genere, sulla rappresentazione delle donne contro il sessismo linguistico: oggi argomento di riflessione consolidato per la comunità scientifica internazionale. Ciononostante, questione che continua ad accendere polemiche e a far storcere qualche naso.

É giusto o sbagliato titolare, come fa Il Post all’indomani dell’insediamento di Joe Biden e Kamala Harris alla Casa Bianca, “Chi è Amanda Gorman, la poeta dell’insediamento” e definire la ventiduenne, che con le sue parole e la sua grazia ha suscitato ammirazione in mondovisione,“una poeta” afroamericana?

Come spiega Cecilia Robustelli nell’agile vademecum Donne Grammatica e Media, in cui offre a giornalisti e giornaliste suggerimenti per un uso corretto della nostra lingua: “L’italiano possiede un buon numero di forme femminili in -essa che in anni recenti sono state affiancate da forme senza suffisso, come avvocata/avvocatessa o appunto poeta/poetessa”. Non c’è nulla di sbagliato. Anzi. Perché di fatto, per le parole che terminano in -e/-a, come giudice o poeta, basta anteporre l’articolo femminile.

Cecilia Robustelli, per fugare ogni dubbio, ribadisce quanto segue. “La lingua è di tutti, ma non tutti la conoscono. E allora, come ci rivolgiamo al medico, o alla medica, quando qualcosa del nostro corpo non funziona, è il caso di interpellare i linguisti, o le linguiste, in fatto di lingua. È evidente che chi obietta l’uso di ‘la poeta’ e con sarcasmo sostiene che allora dovremmo chiamare il giornalista ‘giornalisto’ e il tassista ‘tassisto’, di fatto non conosce come funziona la lingua italiana, non conosce la morfologia. Giornalista, come dentista, fiorista… è formato dalla desinenza – ista che è invariabile al singolare, è di origine greca e indica colui o colei che sa fare qualcosa. Anche -cida è un suffisso invariabile al singolare. Diciamo un omicida o un’omicida. Basta studiare. E il sito dell’Accademia della Crusca, con cui collaboro da anni su questo tema, può essere un’ottima fonte per saperne di più”.

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Il potere delle parole. Il punto, forse, è proprio questo: dovremmo fare un uso consapevole della lingua, nella consapevolezza che la lingua è specchio della realtà, ma anche strumento di cambiamento.

Lei da più di trent’anni si impegna per far sì che la lingua non releghi nell’invisibilità le donne, e anzi possa contribuire a una più rispettosa rappresentazione delle donne nella società, perché la valorizzazione dei soggetti femminili passa anche attraverso le parole. Anche attraverso la visibilità linguistica del genere femminile.

«Certamente. Per questo lottiamo per un linguaggio che dia, esplicitamente, visibilità a donne e uomini. Perché il genere grammaticale maschile non è neutro e il linguaggio, attraverso l’uso rispettoso del genere grammaticale femminile, dà il giusto riconoscimento e valorizza i ruoli istituzionali e professionali delle donne».

Già, però è ancora duro a morire l’uso delle cosiddette “parole con i pantaloni”: si parla cioè di sindaco, ministro, professore, rettore anche quando dietro quel titolo e quel ruolo c’è una donna. Il punto è che infermiera va bene. Ingegnera invece no.

«Le donne ancora adesso rischiano di rimanere nascoste “dentro” il genere grammaticale maschile e questo vale in particolare per quei termini che indicano ruoli e professioni da cui a lungo sono state tenute distanti. Mi riferisco all’impossibilità prima e alle difficoltà poi per le donne di accedere agli studi universitari e affrontare certe carriere. Per molto tempo, anche dal punto di vista legislativo, alle donne sono state negate certe professioni: fino al 1963 per esempio alle donne era negato l’accesso in magistratura…

cecilia robustelli architetta

Cosa ne penso dell’uso di ingegnera, medica, architetta, eccetera? Tutto il bene possibile: usare il termine femminile significa riconoscere la professionalità e i ruoli istituzionali ricoperti dalle donne, e attribuire in maniera corretta dal punto di vista grammaticale il ruolo che possiedono. Credo sia molto importante valorizzare la professionalità femminile che per anni non è stata permessa – perché alle donne non era permesso accedere ai percorsi di formazione di costruzione di certe professionalità – e poi non è stata riconosciuta nella realtà e tanto meno nella lingua».

In pratica, le porte sbarrate dalla società a percorsi di formazione e di carriera si riflettono anche nelle parole negate, nella sotto-rappresentazione del femminile nel linguaggio. Però i tempi cambiamo, le parole pure. Perché la lingua cambia attraverso l’uso e il fatto che si sia consolidata nel tempo l’abitudine di usare termini maschili per riferirsi alle donne non è un buon motivo per continuare a farlo.

«Proprio così. Però ancora stentiamo a nominare le fisiche, le ingegnere e la galassia di studiose, artiste, scienziate, politiche che popolano l’Italia. Il famoso ventennio berlusconiano ha rappresentato un periodo buio nella storia della lingua italiana: sono stati anni in cui il sessismo linguistico, delle immagini e delle parole, l’ha fatta da padrone».

Avanti tutta, dunque, sulla strada del cambiamento contro il sessismo linguistico: nei fatti e nelle parole.

«L’empowerment femminile rappresenta un obiettivo internazionale fin dalla IV Conferenza Mondiale sulle Donne di Pechino 1995. E nel prossimo G20, al vertice dei Capi di Stato e di Governo delle principali economie mondiali, sarà presente il Women20, un gruppo di interesse della società civile che ha l’obiettivo di elaborare proposte ai leader mondiali sul gender equality. Ne sarà a capo la statistica Linda Laura Sabbadini, grande esperta anche sulle questioni di genere. Abbiamo tante donne di valore che potrebbero occupare posti di grande rilievo: è importante che vengano riconosciute, a fatti e anche a parole».

Sul piano delle parole, però, tutt’ora, nonostante alcuni passi avanti, sembra che in Italia il dibattito sul linguaggio inclusivo continui ad arenarsi nelle solite obiezioni: suona male, non è importante, i problemi sono ben altri.

«Le posizioni ‘benaltriste’ si sprecano su questo argomento. Certo che c’è ben altro di cui si può parlare. C’è ben altro rispetto al Covid, c’è ben altro rispetto alla crisi economica, c’è ben altro rispetto alla moda. C’è ben altro rispetto a tutto. E infatti nessuno sostiene che il linguaggio sessista rappresenti l’unico male del mondo, ma così come dobbiamo lottare per la disparità salariale possiamo batterci anche per un linguaggio che dia conto della presenza delle donne. Perché in fondo attraverso il linguaggio costruiamo le nostre immagini mentali e se parliamo al maschile la mente si abitua a un immaginario maschile. Se continuiamo a nascondere le donne (anche) nel linguaggio, neghiamo alle donne visibilità e l’immaginario continua a popolarsi solo di figure maschili».

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In altre parole, la lingua non solo manifesta, ma anche condiziona il nostro modo di pensare: incorpora una visione del mondo e ce la impone. E così discriminazione e stereotipi di genere viaggiano attraverso la lingua e dalla lingua sono rinforzati.

«Certo. La lingua che usiamo oggi è ancora un riflesso vivido della cultura patriarcale. Ma è anche uno strumento per promuovere il cambiamento. Motivo per cui chiunque si renda conto della necessità di contrastare le disparità di genere e di un pieno riconoscimento delle donne nel mondo del lavoro, non può negare che anche le parole che usiamo contribuiscono al riconoscimento sociale delle donne. Quindi chiamiamoci e facciamoci chiamare con il nostro nome. Facciamoci riconoscere come donne».

In quest’ottica le donne che hanno una grande visibilità mediatica, come le ministre per esempio, possono giocare un ruolo importante nell’incentivare l’uso di termini al femminili?

«Certamente. Le donne di potere, scientifico, intellettuale, politico, istituzionale, facendosi chiamare con il titolo femminile, contribuiscono a far comprendere che non si tratta di concessioni, di ruoli “usurpati” agli uomini, ma di titoli ai quali si ha diritto, il cui uso rispetta la grammatica italiana, oltre ovviamente a rendere visibile che certe professioni sono svolte anche dalle donne e, quindi, che la politica, la scienza o altro non sono appannaggio esclusivo maschile».

Ancora oggi, però, una donna è ‘professoressa’ nella scuola secondaria, ma è ‘professore ordinario’ se ha una cattedra all’università: basta curiosare tra i siti degli atenei italiani.

«È vero. E su questo fronte ci stiamo muovendo. Si sta muovendo per esempio la Conferenza dei Rettori delle Università Italiane, con il gruppo di lavoro CRUI sulle questioni di genere, al cui interno coordino una sezione sul linguaggio di genere, per promuovere il riconoscimento delle professionalità femminili e di una piena parità. Obiettivo perseguito anche dai Comitati Unici di Garanzia (CUG) e dai vari organismi di parità degli atenei. Uno strumento molto importante introdotto nel mondo universitario è per esempio il bilancio di genere, perché fotografa la distribuzione di genere all’interno delle università e monitora le azioni che gli atenei promuovono a favore delle pari opportunità.

Tornando al linguaggio, alle tante donne, anche di ottima cultura e ottima posizione professionale, che vogliono essere nominate al maschile faccio notare che il titolo maschile nega, opacizza, oscura, vanifica il riconoscimento dell’identità personale di donna che svolge una certa professione. Perché così funziona la lingua italiana. Del resto, chi chiede di essere definita come direttore non chiede di farsi chiamare signore. A volte, basterebbe pensarci, rifletterci, affinché si aprano nuovi mondi e nuove possibilità».

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Dicevamo, la presenza dominante del genere maschile nella nostra lingua riflette il ruolo dominante che gli uomini hanno (avuto) nella società. Ma oggi ci sono donne ministre, avvocate, ingegnere, astronaute, chirurghe, virologhe, direttrici… non usare i termini appropriati, quindi declinati al femminile, è di intralcio a una piena parità. Dobbiamo smettere di disegnare con le parole un mondo di stampo patriarcale -che ancora purtroppo si trova in tanti stesi scolastici!- in cui l’uomo è sempre un professionista di alto livello, e la donna fa la casalinga. Se nei fatti e nelle parole non si dà spazio a donne ministre, astronaute, architette, calciatrici, eccetera, per una bambina sarà più arduo che per un bambino immaginarsi al comando di un dicastero, in campo a correre dietro a un pallone oppure in viaggio per una missione spaziale. Deve crescere il numero delle professioniste nei campi finora riservati agli uomini, come quelli delle discipline STEM, Science, Technology, Engineering and Mathematics, perché le donne partecipino pienamente a progettare il nostro futuro. Qualche donna l’ha già fatto: ricordo per tutte la scienziata Amalia Eroli-Finzi, ingegnera aerospaziale, prima donna in Italia a laurearsi in ingegneria aeronautica, che ha dato un contributo fondamentale alla missione spaziale Rosetta sviluppata dall’Agenzia Spaziale Europea. Un vero modello per tutte le ragazze di oggi. Ma se parlassi di lei come “scienziato Ercoli-Finzi” chiunque penserebbe che si tratta di un uomo…

Ben venga, dunque, il timbro architetta approvato recentemente dall’Ordine professionale di Cagliari?

«Eh già. L’Ordine degli architetti di Cagliari ha richiesto e ottenuto il timbro professionale con il femminile architetta, ma non è stato il primo. Il tutto è partito dall’architetta Francesca Perani e le RebelArchitette. Mi contattarono per un confronto sulla correttezza grammaticale del termine architetta e per promuovere, proprio nel rispetto della lingua Italia che prevede il genere maschile e il genere femminile, un uso non discriminante. E così è stato l’Ordine di Bergamo, nel 2017, a dare il via libera al primo timbro professionale con architetta. Poi è stata la volta di altri Ordini professionali e recentemente quello di Cagliari.

Ora architetta suona male o medica risulta cacofonico? Basta pensare che oggi ciò che chiamiamo computer un tempo veniva chiamato calcolatore: un esempio di adattamento progressivo. Ribadisco: non sottovalutiamo che la lingua è specchio della realtà, ma anche un mezzo per cambiarla. Avanti tutta!».

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