Women in biotech: Elena Sgaravatti

Elena Sgaravatti ama le sfide. E ogni volta che ha l’opportunità di mettersi in gioco non si tira indietro. «Imparare qualcosa di nuovo consente di crescere e diversificare». La sua voglia di innovare affonda le radici nella curiosità e nella tenacia coltivate da sempre in famiglia. Una famiglia, la sua, di vivaisti, da generazioni. E proprio dalla passione del padre per le piante deriva, in fondo, il suo interesse per il regno vegetale. Che si è rivelato terreno fertile per la sua carriera, da ricercatrice prima, e da imprenditrice poi nel campo delle green biotech.

«Sono sempre stata affascinata dalle piante che per me, cresciuta in una famiglia di vivaisti, hanno sempre costituito un mondo da scoprire. Per questo ho scelto il corso di laurea in farmacia: volevo studiarne le proprietà farmacologiche» racconta.

E di fatto, al bancone della farmacia, Elena Sgaravatti ha sempre preferito quello dei laboratori per studiare i principi attivi delle piante e sviluppare fitocomplessi da destinare alla farmaceutica, alla cosmesi e all’industria alimentare.

Una tecnovisionaria. Con lo sguardo rivolto al futuro. Pronta a cambiare per intraprendere nuove strade e ripartire ogni volta con creatività e la consapevolezza, via via sempre più forte, che il futuro è green e che ricerca e innovazione devono ispirare il cambiamento.

Elena Sgaravatti, lei quest’anno è tra le vincitrici del Premio Internazionale Tecnovisionarie: un riconoscimento al contributo che ha dato e continua a dare al progresso economico e scientifico del Paese, un riconoscimento alla sua carriera trentennale nel settore farmaceutico. I primi passi li ha mossi in un’azienda farmaceutica?

«Effettivamente, dopo un brevissimo periodo in farmacia, sono entrata in Fidia: lì ho mosso i primi passi nel campo farmaceutico. In azienda mi sono occupata di nutraceutici e ho lanciato una linea innovativa di fitoterapici, tra cui un antidepressivo a base di iperico-perforato».

coltivazioni sostenibili

Qual è stato lo step successivo della sua carriera?

«Sì. Sono entrata alla Glaxo come licensing & business development senior manager: in sostanza mi occupavo di scambio di molecole tra diverse aziende farmaceutiche. Lavoravo a Verona, dove c’era, a suo tempo, un bellissimo impianto di ricerca e sviluppo di nuovi farmaci nel campo delle neuroscienze. Vi lavorano più di 600 persone. Io collaboravo attivamente con questo centro di eccellenza veronese e con la casa madre in Inghilterra. Poi dall’area terapeutica in neuroscienze mi sono spostata a quella della prevenzione e per molti anni mi sono occupata di vaccini: è stata davvero una bella esperienza».

Perché?

«Perché ho imparato cose nuove e ogni volta che si imparano cose nuove per me è una bella esperienza: gli stimoli nuovi servono ad allargare i propri orizzonti. E poi perché quello della prevenzione è un bellissimo settore. Un settore sfidante. Ci sono ancora molti preconcetti e pregiudizi che riguardano la vaccinazione anche se i vaccini hanno innescato un cambiamento epocale nella storia della medicina e hanno apportato un contributo straordinario alla salvaguardia della salute, secondo solo alla potabilizzazione dell’acqua in termini di prevenzione».

aziende biotech in italia

Insomma, per lei ogni nuova sfida da affrontare è un’opportunità di crescita. E proprio perché le novità non l’hanno mai spaventata, non si è tirata indietro quando le è stato chiesto di prendere le redini di un’azienda biotecnologica che non navigava in buone acque?

«Direi di sì. Ricordo esattamente quando mi chiamò l’ex presidente GSK, Glaxo Welcome a quel tempo, per parlarmi di una piccola azienda biotech su cui avevano investito molto in ricerca, ma non era decollata come speravano. Mi chiese se avevo voglia di accettare la sfida di salvarla dal fallimento e io non mi tirai indietro. Era il 2009».

Quindi, sfida accettata e vinta?

«È stata per me una grande soddisfazione riuscire a rilanciare IRB, l’Istituto di ricerche biotecnologiche, nel campo della produzione dei botanical, preparati officinali da utilizzare nell’integrazione alimentare, ma anche nella farmaceutica. Per il rilancio dell’azienda ho puntato sulle colture cellulari, modalità di coltivazione in vitro fuori dal suolo, in bioreattori, che la stessa FAO raccomandava, perché consente notevoli risparmi in termini di risorse (acqua, suolo…). Inoltre così non c’è alcuna esposizione ai contaminanti ambientali e la coltivazione delle piante officinali è completamente affrancata dalla stagionalità. Per non parlare del fatto che se per coltivare una qualsiasi pianta officinale ci vogliono mesi se non anni, in questo modo invece, dopo una faticosa fase di ricerca, la produzione è molto più rapida. E così in breve tempo siamo riusciti a registrare tre piante officinali per integratori alimentari e abbiamo vinto una menzione del Sole24Ore come azienda tra le 100 eccellenze del New Made in Italy per l’innovazione».

Tanto che avete guadagnato l’attenzione internazionale e nel 2012 IRB è stata acquisita da una multinazionale inglese. Lei ne è stata amministratrice delegata. Fino al 2016. Perché poi è iniziata una nuova avventura, sempre nel campo delle biotecnologie.

«Quando l’azienda ha annunciato di voler ampliare la produzione all’estero, creando cioè nuovi impianti produttivi non in Italia ma in Francia, ho scelto di contribuire a valorizzare le eccellenze italiane e, accogliendo la proposta di un imprenditore vicentino che voleva diversificare la propria attività di business, ho creato una nuova azienda facendo tesoro delle esperienze passate e mettendo in piedi un prezioso gioco di squadra con il mondo universitario e il supporto del Ministero dello sviluppo economico».

biotecnologie agricoltura

Si riferisce alla nascita della startup innovativa Demethra Biotech?

«Esattamente: un’azienda innovativa italiana specializzata nella ricerca e sviluppo di principi attivi vegetali da colture cellulari. Nei primi due anni Demethra ha vissuto gomito a gomito con l’Università di Verona. Abbiamo usato infatti i laboratori universitari condividendo intenti e passione con i ricercatori e le ricercatrici, fino a quando non ci siamo insediati nel nuovo stabilimento che è dotato di impianti di R&D e produzione concepiti secondo i criteri più avanzati della green technology, che ci consentono di coniugare standard qualitativi di eccellenza con la sostenibilità e perseguire al meglio i nostri obiettivi: coltivare piante officinali in modo sostenibile. Oggi del resto il tema della sostenibilità è irrinunciabile e Demethra, con la piattaforma biotecnologica che abbiamo messo a punto per produrre piante officinali da colture in vitro, consente di risparmiare risorse e di non usare solventi: si tratta di un salto di paradigma».

Oggi la sostenibilità è la strada da percorrere, l’obiettivo da perseguire. Lo ha evidenziato anche Ursula von der Leyen, sottolineando come per uscire dalla crisi l’unica via sia un modello di sviluppo sostenibile: e così l’Europa punta sul Green Deal. Possiamo dire che le biotecnologie sono al servizio della sostenibilità ambientale?

«Certamente, le biotecnologie sono tecnologie abilitanti. Su questo fronte è bene ricordare che in Italia ci sono indiscusse eccellenze e rispetto agli obiettivi europei partiamo da una posizione di privilegio. La strategia comunitaria Farm to fork per esempio richiede il contenimento di agrofarmaci e un maggiore sviluppo dell’agricoltura biologica: ebbene, in Italia su questi parametri siamo avanti rispetto ad altri paesi europei. Così come siamo avanti sul fronte della ricerca, per non parlare delle opportunità di crescita legate alla straordinaria biodiversità che abbiamo. In Italia, proprio perché geograficamente è stretta e lunga, ci sono microclimi diversi con biodiversità specifiche, che le biotecnologie possono concorrere a salvaguardare e valorizzare. Oggi infatti le tecniche di evoluzione assistita per il miglioramento genetico ci consentono di salvaguardare alcune cultivar che soffrono, per esempio, per la siccità o a causa di parassiti particolarmente aggressivi. Abbiamo insomma la possibilità di ricorrere a un armamentario avanzatissimo e dobbiamo farlo adesso, per fronteggiare i problemi innescati dall’aumento delle temperature e il conseguente drastico impoverimento dell’agricoltura».

Eppure, c’è una sorta di diffidenza nei confronti delle applicazioni delle biotecnologie alla filiera agroalimentare. Anche se proprio le biotech sono strumenti preziosi per affrontare la duplice sfida che deve affrontare oggi l’agricoltura: produrre di più consumando di meno.

«Le biotecnologie rappresentano una risorsa importante per molteplici settori: agricoltura, salute, industria. Non vanno quindi demonizzate, come è accaduto in passato con gli OGM, e non deve prevalere una sorta di oscurantismo ideologico verso il futuro. Per questo è importante la diffusione della cultura scientifica, per questo è importante parlarne con i giovani. E in questa direzione Assobiotec Federchimica sta facendo una grande operazione di divulgazione per favorire una maggiore consapevolezza. In questa cornice si inserisce per esempio l’evento del 9 novembre, che è la tappa conclusiva del percorso Biotech, il futuro migliore: occasione in cui presenteremo un Manifesto con le proposte operative per la crescita e lo sviluppo del settore. Perché le biotecnologie possono contribuire al rilancio dell’economia: sono traiettorie di sviluppo su cui fare leva per costruire un mondo più sostenibile. Ecco perché ai ragazzi e alle ragazze che vogliono impegnarsi per un futuro migliore e più sostenibile dico di studiare e di lavorare in questo campo».

colture cellulari biotech

Per scalfire la diffidenza, forse dovremmo ricordare che, in fondo, l’agricoltura stessa è una sorta di biotecnologia e che le piante che vengono coltivate sono il frutto di un processo di selezione artificiale, fatto da noi, da sempre, che ha determinato modificazioni genetiche.

«C’è in effetti un preconcetto sull’applicazione delle biotecnologie in agricoltura alimentato, anni fa ormai, dagli organismi giornalistici modificati: avete letto bene. Una non corretta comunicazione ha influenzato la percezione pubblica degli OGM che sono stati accumunati a qualcosa di mostruoso.

Ma quando parliamo delle tecniche di miglioramento genetico, delle cosiddette tecniche di evoluzione assistita, parliamo in fondo di tecnologie che ci consentono di fare la stessa cosa che fa da sempre il contadino nei campi, ma in maniera più veloce e mirata. Possiamo quindi selezionare più velocemente piante capaci di utilizzare al meglio le risorse ambientali o di resistere per esempio alla siccità. Questa è la strada da seguire e in fretta, perché dobbiamo accelerare la selezione delle piante capaci di fronteggiare l’aumento delle temperature o l’avanzata di patogeni».

settore biotech coltivazioni

«Insomma, le biotecnologie rappresentano una leva di innovazione importantissima per la salute del pianeta, centrale per il settore agricolo e industriale, in un’ottica che mette insieme sviluppo economico e tutela dell’ambiente. E oggi più che mai, bisogna andare avanti con un piano d’azione che non prescinda dagli investimenti in ricerca e innovazione e che assegni alle biotecnologie il loro ruolo di vero e proprio motore di una bioeconomia circolare per una ripartenza sostenibile. Dobbiamo quindi sviluppare in questo senso strategie precise che facciano sì che, anche a livello culturale, vengano accettate alternative sostenibili dal punto di vista ambientale ma anche economico e sociale».

Quanto è determinante secondo lei la collaborazione tra pubblico e privato, supportare le start up, incentivare l’Open Innovation per perseguire gli obiettivi di sostenibilità?

«Le collaborazioni tra pubblico e privato, tra le università e le aziende innovative sono cruciali. Riuscire a declinare la ricerca universitaria in innovazione costituisce un valore aggiunto per il mondo accademico, per le imprese e per la società in generale. È quindi importantissimo lavorare ancora di più in questa direzione. E a tal fine è importante riuscire a creare un ecosistema che faciliti l’innovazione e questa collaborazione».

Bisogna supportare anche le carriere femminili e valorizzare i talenti femminili. Non trova?

«Assolutamente sì. Riconoscere e valorizzare tutte le professionalità contribuisce contestualmente alla crescita delle singole aziende e del Paese nel suo insieme. Purtroppo, siamo ancora molto lontani dalla parità: di donne ai vertici ce ne sono ancora troppo poche, anche se passi avanti ne sono stati fatti parecchi. Ma i margini di miglioramento sono ancora ampissimi: basti pensare a quanto andrebbero potenziati i servizi a supporto delle famiglie e delle donne che lavorano».

*Fonte: “Le imprese di biotecnologie in Italia”, BioInItaly, Assobiotec, Enea.

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