Donne e matematica per andare alla conquista dello spazio: la parola all’astrofisica Ersilia Vaudo Scarpetta

Da una piccola città del sud (Gaeta) all’Agenzia Spaziale Europea. Ersilia Vaudo Scarpetta, ESA Chief Diversity Officer, ha fatto della scienza la sua chiave di lettura del mondo. Ed è la scienza ad averle insegnato che l’impossibile spesso è questione di punti di vista. Con questa motivazione, a cui si aggiunge il suo impegno nel motivare le ragazze a intraprendere studi scientifici – “perché la scienza non può mancare nella cassetta degli attrezzi per affrontare con successo il futuro”- , Ersilia Vaudo Scarpetta si è aggiudicata il premio speciale Tecnovisionaria 2020.

Alle ragazze, da anni raccomanda di mantenere uno sguardo aperto. Di coltivare la curiosità. Di essere insolenti nel fare domande e non accontentarsi di qualsiasi risposta. Convinta che “il duro lavoro, la passione e la determinazione possano fare magie”.

Con lei parliamo di donne di scienza e, con uno sguardo ancora più ampio, della conquista dello spazio e di avventura umana nello spazio.

Sembra essere iniziata una nuova era per la ricerca e l’esplorazione spaziale: c’è tanto fermento per un ritorno sulla Luna e si guarda con occhi nuovi al pianeta rosso, il nostro vicino di casa, Marte.

«Sicuramente c’è grande fermento. In più, gli attori che stanno calcando la scena della nuova era dell’esplorazione spaziale sono aumentati: le missioni previste su Marte e sulla Luna, infatti, non proiettano nel cosmo solo NASA, ESA e l’agenzia spaziale russa. Basti pensare che alcuni mesi fa è partita la prima missione degli Emirati Arabi diretta sul pianeta rosso: la missione Hope».

In effetti, potremmo dire che la sonda degli Emirati Arabi ha inaugurato la nuova corsa verso Marte. Anche la China National Space Administration è stata protagonista del cosiddetto “luglio marziano” con il lancio di Tianwen-1. E, sempre la scorsa estate, l’agenzia spaziale statunitense ha lanciato la missione Mars 2020 con l’obiettivo di portare sul pianeta Perseverance, il quinto rover a stelle e strisce.

Lo scopo di queste esplorazioni spaziali è conoscere sempre meglio la superficie del pianeta, la sua atmosfera e cercare prove di forme di vita, presenti o passate, in vista di un nostro futuro su Marte?

«Il grande interesse per Marte deriva da molteplici questioni. È il luogo dove si riesce ragionevolmente ad andare e, di fatto, abbiamo già portato sulla superficie del pianeta diversi rover. Il viaggio inoltre è ragionevolmente compatibile con l’esplorazione umana dello spazio rappresenta ovviamente una sfida ambiziosa ma percorribile. E, anche se nel roadmap verso la conquista dello spazio ancora non ci sono dei piani concreti per missioni con astronauti su Marte, il fermento a riguardo c’è».

E, in effetti, si dice che l’astronauta che andrà a guardare sotto i sassi di Marte è già nato. Intanto, l’Agenzia Spaziale Europea si prepara a portare un robot fin lassù, il rover Rosalind, così chiamato in onore della scienziata Rosalind Franklin.

«Come ESA, in cooperazione con la Russia, con la Roscosmos Space Corporation russa, nel 2022 contiamo di far atterrare sul suolo marziano ExoMars, una sonda che trasporterà il robot Rosalind progettato per la ricerca e l’esplorazione spaziale alla scoperta di segni di vita. È capace infatti di perforare fino a due metri di profondità il sottosuolo per cercare appunto tracce di vita. ExoMars è un progetto ambizioso, molto complesso e molto importante. E tra qualche anno, con la NASA, vogliamo andare e tornare con un “pezzo” di Marte per comprendere meglio la composizione del pianeta rosso».

ersilia vaudo astrofisica

Sotto i riflettori dell’esplorazione spaziale c’è anche la Luna: in primo piano c’è l’ambizione di andare, anzi di tornare, sul satellite naturale del nostro pianeta.

«Sicuramente una delle grandi novità sul fronte dell’esplorazione spaziale umana è il progetto della NASA Artemis. Con il nome della divinità greca sorella di Apollo, la missione Artemis si prefigge di riportarci sulla Luna. Questa volta per imparare a restarci, con l’idea insomma di costruire un avamposto lunare, il Lunar Gateway: una stazione spaziale orbitante intorno al nostro satellite naturale per prepararci alla più ambiziosa avventura di andare su Marte.

Occorre non sottovalutare però che nuove missioni lunari saranno utili anche per comprendere tanti aspetti ancora irrisolti dell’evoluzione e della nascita del nostro pianeta. E naturalmente si spera di trovare la firma dell’acqua lunare. La presenza di acqua sulla Luna aprirebbe infatti prospettive sempre più sostenibili per una futura permanenza umana oltre l’atmosfera terrestre».

A proposito di nuova era dell’esplorazione spaziale, una grande novità rispetto al passato è il coinvolgimento dei privati. Fra tutti, cito la SpaceX di Elon Musk, che con la sua navetta Crew Dragon si prepara a sostituire la flotta degli Shuttle, ormai in pensione, nei viaggi di andata e ritorno dalla Stazione Spaziale Internazionale.

«Esattamente. Nuovi attori sono protagonisti della corsa alla conquista dello spazio di questa nuova era; tra questi, alcuni privati interessati a partecipare e investire sulla ricerca spaziale, che si affiancano a imprese e istituzioni. Di fatto, è stata l’amministrazione Obama ad estendere fino all’orbita bassa, quindi fino alla Stazione Spaziale Internazionale, la sfera economica del Paese, cambiando con un atto legislativo bipartisan il paradigma dell’esplorazione spaziale. In tal modo, ha consentito di entrare in modo formale i privati nelle esplorazioni spaziali, incoraggiando la Nasa a dare spazio ai privati. Obama, insomma, ha creato un ecosistema nuovo, in cui è sempre più evidente che l’impresa spaziale da un lato è una straordinaria avventura umana e scientifica, dall’altro è business tout court. Intendo dire che lo spazio da un lato è una sorta di far west, rappresenta cioè il fascino della scoperta, l’andare oltre, dove altri non sono ancora stati, ma ha anche un grande valore economico. Oggi la Space Economy globale rappresenta un business di circa 400 miliardi di euro. E poi la conquista dello spazio è come lo sport: è un campo in cui la competizione è molto alta e i contendenti possono dimostrare al mondo intero quanto tecnologicamente avanti sono rispetto ad altri che perseguono lo stesso obiettivo».

Cosa può insegnarci la ricerca spaziale rispetto alla gestione dell’attuale crisi planetaria? Mi riferisco al fatto che, nonostante la fortissima competizione fra gli attori in gioco, la conquista dello spazio è una sfida umana, scientifica e tecnologica, simbolo straordinario di globalizzazione e cooperazione.

«Sicuramente noi che apparteniamo alla grande “famiglia spaziale” sappiamo quale e quanta ricchezza possa nascere dalla cooperazione. La costruzione della Stazione Spaziale Internazionale è frutto di una fitta rete di collaborazioni fra le agenzie spaziali a livello internazionale. L’ESA stessa è un’organizzazione internazionale, con 22 Stati membri europei, più il Canada. E, proprio grazie alla coordinazione delle risorse finanziarie e intellettuali dei suoi membri, riesce a fare grandi cose. Pensate che siamo atterrati su una cometa a 500 milioni di chilometri di distanza, dopo un viaggio di dieci anni».

Si riferisce alla missione Rosetta, la sonda che ha raggiunto il suolo della cometa 67P con il robot Philae?

«Sì. Una missione straordinaria nel quadro della ricerca spaziale, che ci ha permesso lo studio ravvicinato di una cometa. Un esempio dei grandi traguardi che si raggiungono quando si uniscono le forze, quando si riesce a fare gioco di squadra. Penso che effettivamente la ricerca e l’esplorazione spaziale siano esempi emblematici del valore della cooperazione. Difficilmente è possibile affrontare da soli una grande sfida che, per essere vinta, richiede un magistrale equilibrio tra competizione e cooperazione.

Rispetto alla crisi che stiamo vivendo, dunque, la ricerca spaziale non solo può dare il buon esempio: uniamo le forze, perché serve coesione per affrontare questo momento. La ricerca spaziale sta contribuendo con le proprie tecnologie (per esempio, i suoi satelliti) a fronteggiare la pandemia in corso, sostenendo azioni a supporto della gestione della crisi e contribuendo alla resilienza. Tutti, in tutto il globo, simultaneamente, siamo travolti da questa situazione. E tutti dobbiamo fare la nostra parte».

Del resto non possiamo che confidare nella scienza e nella ricerca scientifica per superare l’emergenza sanitaria in corso.

«Sia guardando allo sviluppo di un vaccino e di efficaci terapie anti-Covid, sia considerando tutte le misure di contenimento della diffusione del nuovo coronavirus per mitigare il contagio, credo che questa emergenza planetaria stia riportando la scienza in primo piano. Saranno le competenze scientifiche a fare la differenza e a consentirci di uscire dalla crisi. Lo sottolineo, perché viviamo in tempi in cui i fatti e le evidenze non sono sempre prese in considerazione e necessariamente valorizzate, anzi a volte vengono addirittura irrise. Questa crisi ha necessariamente dato voce alla scienza, esponendoci tutti alla voce della scienza: la scienza che ci raccomanda l’uso della mascherina e la scienza che ci mostra come la conoscenza sia un processo in continuo divenire, che si fonda su un’incessante dialettica tra tentativi ed errori.

Spero che saremo in grado di capitalizzare tutto questo. In particolare, lo spero per il nostro Paese. Abbiamo davvero bisogno di affinare strumenti di spirito critico, ridurre la distanza con numeri e grafici, navigare con spirito critico attraverso le notizie. I dati Ocse indicano che in Italia c’è il maggior numero di adulti che temono o si sentono inadeguati di fronte a strumenti e ragionamenti matematici».

In che modo la scienza e le discipline STEM possono aiutarci?

«Dobbiamo investire nella ricerca scientifica e avvicinare i giovani a percorsi di studio e di carriera nel campo delle Stem (scienza, tecnologia, ingegneria, matematica). Così come impariamo l’italiano perché è la lingua del nostro paese, e impariamo l’inglese perché siamo cittadini del mondo, dobbiamo imparare la matematica perché è il linguaggio dell’Universo e l’elemento strategico dei lavori del futuro. Le STEM si basano sulla matematica».

Parità di genere e discipline STEM: donne e matematica contro il gender gap

«Da anni mi occupo di questo problema. Ho fatto parte anche della task force “Donne per un nuovo Rinascimento” voluta dalla ministra Bonetti per contribuire alla ripartenza dell’Italia. Ebbene, la scarsa presenza femminile nel mondo delle discipline STEM affonda le radici in un senso di inadeguatezza nei confronti della matematica che le bambine sviluppano tra i banchi di scuola. E questo non va bene. A questo bisogna porre rimedio, perché le pari opportunità passano dalla matematica. Perché la matematica è una delle chiavi per affrontare il futuro con successo.

Il World Economic Forum ci ricorda che ci vorranno 257 anni per colmare il gender gap o (disparità di genere) dal punto di vista economico e che stiamo andando indietro anziché avanti. Arretriamo su questo fronte perché troppe poche donne intraprendono percorsi nel campo tecnico e scientifico, che è quello con le migliori prospettive occupazionali e retributive. Sono ancora troppo poche le donne di scienza e nella scienza.

Ecco perché sostengo che la vera rivoluzione avverrà e che la parità di genere sarà raggiunta quando sarà impegnato un numero sufficiente di donne nella scienza e nelle discipline STEM in generale che, ricordiamolo, non sono terreno di gioco esclusivamente maschile. Il riscatto avverrà concretamente quando sarà donna almeno il 50% di chi lavora in ambito STEM, l’universo in cui si immagina e si costruisce il futuro.

Per riuscire a raggiungere questo traguardo dobbiamo inevitabilmente iniziare a lavorare con le più piccole, perché fin dalla tenera età si assimilano gli stereotipi e si comincia a identificare se stesse come poco portate per la matematica. Esponiamo dunque le bambine alla bellezza della matematica. E valorizziamo l’errore come tappa dell’apprendimento».

prima donna nello spazio

Parlando di carriere scientifiche e donne nello spazio, sono ancora poche quelle che si avventurano nell’esplorazione spaziale. Valentina Tereshkova nel 1963 è stata la prima donna nello spazio. Si è dovuto però attendere ancora ben 19 anni per vedere nuovamente una donna protagonista di una missione spaziale nel 1982. Si tratta ancora una volta di una cosmonauta sovietica, Svetlana Savitskaya, la seconda donna nello spazio. L’anno successivo, nel 1983, è stata la volta della prima donna astronauta statunitense ad effettuare un volo spaziale, Sally Ride. Dieci anni dopo, Claudie Haigneré è stata la prima donna europea nello spazio. Nel 2014 è finalmente il turno della prima astronauta italiana, Samantha Cristoforetti. Visto che si progetta un ritorno sulla Luna, non possiamo non evidenziare che gli astronauti che hanno camminato sulla Luna – 12 in tutto finora – nel corso delle missioni Apollo, dal 1969 al 1972, sono tutti uomini.

Anche se non sono più un’eccezione, le donne nello spazio sono ancora una minoranza. A quanto pare non sarà un equipaggio tutto maschile quello della missione Artemis annunciata per il 2024. Lo spazio è quindi pronto ad essere più inclusivo, secondo Ersilia Vaudo Scarpetta?

«Parlando di donne nello spazio, storicamente le carriere spaziali hanno avuto una scarsa attrattività per il mondo femminile. Quando è stata selezionata la prima astronauta europea, Claudie Haigneré (Claudie André-Deshays), solo il 15% delle domande era stato presentato da donne. Quando nel 2009 è stata selezionata come astronauta ESA Samantha Cristoforetti, le percentuali erano le stesse. Quasi come se le ragazze non osassero “sognare” di diventare astronaute. Presto ci sarà un’altra selezione del corpo astronautico e ci auguriamo di raggiungere un numero ben più alto di candidature femminili. Perché nello spazio c’è spazio per tutti.

Vorrei evidenziare che all’ESA stiamo facendo passi avanti in tal senso. Portiamo avanti diverse iniziative per superare il gender gap nelle discipline STEM e valorizzare l’inclusività. Negli ultimi anni stiamo riscontrando una crescita di interesse da parte delle donne di scienza nei confronti delle attività aerospaziali. Nel corso di tre anni siamo riusciti a portare il numero di candidature femminili dal 16% al 28%. E riscontriamo orgogliosamente un forte interesse proprio dalle ragazze italiane.

In un contesto nazionale come quello italiano in cui gli investimenti per la ricerca spaziale fanno fatica a decollare, si ha d’altra parte la sensazione che lo spazio “brilli”. Sia per i progetti e le attività che riusciamo a portare avanti – siamo del resto la sesta potenza spaziale a livello mondiale – sia per l’attenzione da parte dei più giovani, ragazzi e ragazze che scelgono ingegneria aerospaziale. Negli ultimi cinque anni, per esempio, al Politecnico di Milano il numero degli iscritti è più che raddoppiato.

Vorrei comunque precisare che l’ESA è molto attenta a creare un ambiente inclusivo, valorizzando la diversità in tutti i sensi: di genere, anagrafica e geografica. L’ESA riunisce 22 paesi più il Canada. Per noi è fondamentale quindi assicurare un’adeguata rappresentanza di tutti gli Stati membri. Nella convinzione che proprio dalla diversità dei punti di vista, dei background e delle competenze derivi la capacità di “thinking out of the box”, determinante per poter innovare e andare avanti con successo».

Quando parla di attività aerospaziali non si riferisce solo a un futuro da astronauta, vero?

«Certo: il futuro delle carriere spaziali ha molteplici sfaccettature. Si lega alla realizzazione e alla gestione dei satelliti, alla scienza dei dati, alla cybersecurity, all’intelligenza artificiale… Parliamo insomma di tanti mestieri, anche nuovi, e di tanti modi diversi con cui poter contribuire alle grandi sfide che ci troviamo ad affrontare. La ricerca aerospaziale è essenziale ad esempio per affrontare la sfida del cambiamento climatico, è uno strumento di politica estera e diplomazia internazionale, è motore di crescita economica. L’entrata dei geek della Silicon Valley nell’impresa della conquista dello spazio ha aggiunto un tocco glamour al fascino dell’esplorazione e alla sfida rappresentata dalle nuove missioni scientifiche aerospaziali».

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