Conceria Presot, dopo cinque generazioni la prima donna ai vertici. Che per il suo cuoio punta su Green & solidarietà.

Alla conceria Presot sono abituati a volare in alto. Il pellame con cui erano fatti gli scarponi che Ardito Desio indossò quando raggiunse per la prima volta, nel 1954, la vetta del K2, era prodotto artigianalmente e con maestria da questa azienda di Porcia, in provincia di Pordenone. Il loro cuoio per suola fu scelto perché considerato “il più adatto per leggerezza, flessibilità e impermeabilità”. Presot mise la materia prima a disposizione del calzaturificio Giuseppe Garbuio di Montebelluna e ne uscirono centosettanta scarpe, fornite in maniera gratuita, in cambio del proprio nome scritto sui libri di storia e dell’alpinismo mondiale.

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Conceria Presot: cinque generazioni e una donna

L’azienda, nata nel 1933 da Pietro Presot, è oggi alla quinta generazione. Alla sua guida, dal 2014, c’è Eugenia Presot. La prima donna. «Per assumere questa carica è stato necessario apportare una modifica allo statuto della società». Lo racconta senza acredine, ma con rispetto della tradizione e della cultura che abitano ogni epoca. «Nella mia famiglia era considerato normale che le donne si dedicassero ad altri progetti, ma non all’azienda. Quando papà è mancato, però, nessuno ha fatto obiezione. Nel frattempo i tempi erano maturi per accogliere alcuni cambiamenti».

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Siccome, come racconta la stessa presidente, «la produzione viaggiava già su standard e risultati eccellenti», fin dall’inizio del suo mandato, Eugenia Presot ha avuto in mente di trasformare, la sua azienda familiare, la Conceria Presot in un sistema circolare al 100%, attraverso progetti volti all’innovazione e alla sostenibilità dell’azienda.

«Abbiamo migliorato il processo di produzione, non il prodotto, che ha già standard eccellenti».

La manager ha saputo sfruttare alcune delle potenzialità già presenti in azienda. Prima tra tutte la centrale idroelettrica all’interno dell’azienda che delimita il piazzale della conceria e sfrutta un salto d’acqua citato per la prima volta nel 1700 , e poi anche il lago naturale che raccoglie l’acqua che attraversa l’azienda sotto il pavimento e alimenta la centrale. «Grazie a questi due elementi e al recentissimo investimento per un impianto fotovoltaico -spiega –oggi non solo l’azienda è autonoma al 100% dal punto di vista energetico, ma produce anche energia che viene messe in Rete».

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Un depuratore aziendale, inoltre, trasforma tutte le acque usate nel ciclo produttivo e ridistribuisce una parte di esse per operazioni secondarie, come la pulizia dei locali e il lavaggio delle pelli.

«Siamo, senza ombra di dubbio, un’azienda a rifiuto zero».
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La circolarità dell’azienda si declina anche nel tipo di lavorazione a cui viene sottoposto il prodotto di partenza, il grezzo, che di per sé è già un rifiuto, un residuo della lavorazione alimentare. Per essere avviato al ciclo di lavorazione, che consente di ottenere il flessibile e resistente cuoio per suola, il pellame viene lasciato in ammollo per tempi lunghissimi: «due mesi e non pochi giorni, come accade nella maggior parte dei casi, e poi viene ammorbidito attraverso dei tannini che sono a loro volta naturali ed estratti da foreste europee gestite responsabilmente». La completa assenza di sostanze chimiche è ciò che permette che all’interno della conceria ci sia un diffuso odore dei legno. Il risultato economico e d’immagine non si è fatto attendere: oggi i principali marchi della moda italiana e internazionale scelgono il cuoio Presot per le sue caratteristiche tecniche, ma anche per la sua naturalità.

Una generosa impronta solidale

In questi sei anni, Eugenia Presot, oltre ad essersi concentrata sullo consolidamento dell’anima green dell’azienda e la selezione di progetti mirati prevalentemente al risparmio idrico ed energetico, ha impresso anche una generosa e sincera impronta solidale all’azienda.

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La conceria Presot è un’azienda di famiglia costituita da 13 persone. Con lei ci sono lo zio Achille e il cugino Federico. Le maestranze, una decina, rappresentano cinque diverse nazionalità diverse. «Alcuni di loro – racconta la presidente- provengono da situazioni drammatiche. Fuggono da Paesi in guerra e per loro è stato importante trovare non solo contratti dignitosi e regolari, ma anche un ambiente accogliente».

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Eugenia Presot ha trasformato una superficie aziendale che era libera e ha dato vita ad un orto aziendale dove i collaboratori possono piantare frutta e verdure di cui approvvigionarsi liberamente e intorno al quale pascolano piccoli animali da fattoria, tra cui una ventina di galline che ogni mattina depositano altrettante uova. «È uno spazio che frequentano con le proprie famiglie anche nel week end, oppure quando l’azienda è chiusa».

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Eugenia Presot: tra rose e garofani

Nella biografia di Eugenia Presot c’è una laurea in floricultura e una lunga carriera dedicata alla ricerca nel settore pubblico. «Per alcuni anni mi sono dedicata anche allo studio di rose e garofani nel centro di ricerca urih-inra che ha sede in Costa Azzurra» (l’equivalente del nostro CNR, ndr). Poi alcuni progetti sul Vino Friulano, il Tocai, caratterizzato da tipici sentori di fiori di mandorlo e di mandorla amari; un progetto sull’alpeggio degli ovicaprini, sull’inerbimento delle piste da sci, ma forse quello più pertinente, per il futuro che poi è stato, ha riguardato la promozione del territorio pedemontano attraverso la valorizzazione delle produzioni agroalimentari di nicchia.

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«C’è stato un momento nella mia vita in cui ogni volta che arrivo ad essere competente in un settore, poi era il momento – per diverse ragioni- di doverci rinunciare e di ricominciare da capo», racconta. «Pativo un po’ questa sensazione. Ora invece sono consapevole che quella sia stata proprio la mia forza: perché adesso tutte le abilità acquisite nella chimica, nell’agricoltura, nella progettazione sono diventate risorse fondamentali attraverso le quali svolgere al meglio il mio lavoro».

«È un peccato rinunciare per paura di non farcela»

Certe volte la manager coinvolge nelle sue attività e progetti anche i suoi tre figli, di 18, 16 e 14 anni. «Non ho mai pensato di rinunciare alla famiglia», conclude. «Nella vita privata, come in quella professionale, è un peccato rinunciare per paura di non farcela». Un insegnamento da mettere a memoria.

Fonti: Osservatorio AUB sulle aziende familiari italiane, Aidaf, UniCredit, Bocconi 2019; Centro per il Family Business della Libera Università di Bolzano.

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