Con il robot in sala operatoria: Franca Melfi, pioniera della chirurgia toracica robotica

Tenace. Determinata. Curiosa. Franca Melfi ama le sfide e fuori dalla sala operatoria vive l’insegnamento come una missione: preparare i suoi studenti alla chirurgia computer assistita, una chirurgia che non usa il bisturi tradizionale ma un sistema robotico grazie al quale gli interventi sono sempre più mini invasivi e di precisione. Il bisturi rimane sempre uno dei ferri del mestiere, perché è impensabile poter fare chirurgia robotica senza conoscere la chirurgia tradizionale, ma l’informatica e l’intelligenza artificiale saranno sempre più determinanti per la medicina del futuro, negli ospedali 4.0.

Docente di Chirurgia toracica all’Università di Pisa e direttrice del Centro robotico multidisciplinare dell’Azienda ospedaliero-universitaria pisana, Franca Melfi coordina il Comitato tecnico scientifico del Polo di Chirurgia robotica della Toscana e con l’European Association for CardioThoracic surgeons tiene corsi in tutta Europa per addestrare i più giovani e rilasciare loro una sorta di patente per l’uso dei robot in sala operatoria. Di fatto, è una pioniera.

Professoressa, lei è tra i massimi esperti nel campo della chirurgia toracica mini invasiva e della chirurgia robotica. Citando il premio che le è stato conferito nel 2011 per aver rivoluzionato la sua professione coniugando innovazione e tecnologia, si considera una “tecnovisionaria”?

«Ho cominciato a occuparmi di chirurgia mininvasiva all’inizio degli anni ‘90, quando per la prima volta si parlava dell’applicazione di nuovi approcci chirurgici che consentivano nuove modalità di ingresso nelle cavità anatomiche umane e nell’Ospedale di Pisa sono stata la prima chirurga toracica. Quando all’inizio degli anni 2000 sono subentrate le procedure chirurgiche assistite da robot io lavoravo al Dipartimento cardiotoracico e ho avuto l’opportunità di impiegare quella meravigliosa macchina, fino ad allora usata solo per interventi al cuore, per interventi ai polmoni. In qualche modo si è trattato di una visione del futuro: ho intrapreso una strada non ancora battuta da nessuno, con coraggio e molta curiosità, senza arrendermi alle difficoltà. E il tempo mi ha dato ragione. Del resto è quello che dico sempre anche ai miei studenti e alle mie studentesse: lavorate sodo, credete in voi stessi, non scoraggiatevi e siate aperti al confronto e al cambiamento. Del resto se io stessa non fossi stata artefice del cambiamento non sarei qui adesso a parlarne. Un tempo la chirurgia era il tempio degli uomini e di pochi uomini eletti, la situazione è cambiata».

La macchina di cui parla è il robot da Vinci?

«Sì, il primo e più evoluto sistema robotico messo a punto venti anni fa per supportare i chirurghi in sala operatoria. Ma oggi ci sono o stanno per arrivare anche altri sistemi di Robotic Assisted Surgery. Penso ai sistemi sviluppati da Medtronic e Johnson & Johnson, per esempio».

A proposito di cambiamento, come è cambiata di conseguenza la sala operatoria?

«Con l’ingresso della chirurgia robotica, abbiamo dovuto riorganizzare completamente la sala operatoria ed è stato necessario creare, e formare, team ad hoc – inclusi infermieri e anestesisti – in grado di muoversi in un ambiente nuovo, in cui non c’è solo il tavolo operatorio ma anche una piattaforma con bracci robotici e una postazione con monitor e consolle».

E da lì che in fondo operate?

«Esattamente. Dallo schermo monitoriamo il paziente e attraverso la consolle, collegata ai bracci robotici muniti di telecamere, bisturi, pinze, forbici e gli altri strumenti operatori, possiamo effettuare interventi molto complessi in massima sicurezza, grazie al fatto che la tecnologia ci garantisce una magnificazione della visione e la profondità di campo. In altre parole, le immagini che vediamo sono dieci volte più grandi di quello che vediamo con l’occhio umano, e così possiamo osservare particolari e dettagli amplificati e in 3D della regione da operare. Il robot chirurgico poi traduce i nostri gesti e grazie a un software ne magnifica la precisione. Tutto questo implica un nuovo modo di fare chirurgia, ma non solo. La sala operatoria diventa anche un’aula dove possiamo insegnare il mestiere ai giovani chirurghi in modo più accurato».

chirurgia toracica robotica

In che modo avviene?

«Io ho imparato “rubando con gli occhi”. Detto in altri termini, quando ero una giovane specializzanda e affiancavo il chirurgo al tavolo operatorio, come assistente, cercavo di carpire con gli occhi la sua gestualità. Oggi invece in sala operatoria, oltre alla consolle attraverso cui operiamo, c’è un’altra consolle a disposizione di chi impara. Un po’ come a lezione di scuola guida: i comandi ce li ha l’istruttore ma anche il praticante. Ebbene, così i miei studenti e le mie studentesse possono eseguire manovre chirurgiche sotto le mie indicazioni e il mio controllo in tutta sicurezza. Insomma, la tecnologia robotica ha innescato anche una rivoluzione dal punto di vista dell’insegnamento e della formazione. Aspetto per me fondamentale, dato che oltre a insegnare all’Università di Pisa, sono tutor a livello europeo per la chirurgia robotica toracica».

Quindi maggiore sicurezza, più precisione, ma anche un più ampio raggio d’azione potendo, proprio con la tecnologia, “addestrare” giovani colleghi e colleghe anche a distanza?

«In effetti sì e questo è un aspetto molto importante per me che da vent’anni sono impegnata a 360° nella formazione. La tecnologia consente di andare oltre la formazione “one to one”, perché le piattaforme digitali ci consentono un approccio “one to thousand”, cioè di insegnare da remoto, a distanza, offrendo così l’accesso alla formazione a studenti e studentesse di tutto il mondo. Di fatto, grazie alla telechirurgia possiamo insegnare e monitorare l’apprendimento».

Tornando al robot chirurgici in sala operatoria, diceva che non si sostituisce al medico ma lo supporta e lo assiste. Il prossimo passo quale sarà?

«Il futuro, che in parte è già iniziato, è all’insegna di sistemi robotici integrati all’intelligenza artificiale per poter indirizzare al meglio gli interventi grazie al machine learning e ai big data. Se per esempio nell’esecuzione di un certo intervento sono state registrate nel mondo un certo numero di complicanze correlate a una determinata manovra chirurgica, l’intelligenza artificiale può aiutarci segnalandoci di non eseguire proprio quel determinato movimento e rendere così l’intervento più preciso. Inoltre l’intelligenza artificiale applicata alla tecnologia robotica e agli strumenti di imaging avanzato, ci fornisce anche la possibilità di poter pianificare l’intervento prima di entrare effettivamente in azione, simulandolo e di conseguenza contribuendo a prevenire eventuali complicanze. Insomma, credo che la tecnologia sarà sempre più alla base della medicina del futuro».

Pensando al suo futuro, quale sarà la prossima sfida?

«Come dicevo amo le sfide e le nuove avventure. Auspico la realizzazione di un centro di alta formazione, sotto l’egida dell’ateneo di Pisa, per preparare i giovani a essere pienamente protagonisti dell’innovazione tecnologica in campo medico: capaci di usare ma anche sviluppare nuovi device utili in questo campo. La tecnologia è un nostro alleato e non solo in sala operatoria. Tutto il mondo medico ha giovato dello sviluppo tecnologico, si pensi alla TAC, all’endoscopia, solo per fare qualche esempio. Ebbene, senza un’adeguata preparazione, e quindi senza una approfondita formazione, la tecnologia non solo è inutile ma può essere anche pericolosa. Dobbiamo quindi saperla usare. Nello specifico, parlando di chirurgia robotica, un robot in sala operatoria può essere usato solo da chi ha un importante background chirurgico alle spalle e conosce bene la macchina: non basta infatti sedersi alla consolle per pilotare il da Vinci. Non c’è spazio per l’improvvisazione. Ma spazio solo per mani esperte».

Se da un lato bisogna formare la classe medica affinché sappia usare le tecnologie a disposizione, come smontare dall’altro la diffidenza dei pazienti nei confronti della tecnologia che, secondo alcuni, si frapporrebbe nel rapporto medico-paziente?

«La tecnologia non si frappone e né sostituisce la relazione medico-paziente, è caso mai uno strumento in più. Può aiutare e velocizzare la diagnosi. Supporta l’attività clinica e interventistica. Accettarla richiede un cambiamento culturale. Ma credo che per scalfire la diffidenza sia necessario applicare le sacre regole della nostra professione e recuperare un rapporto di fiducia con i pazienti. Un tempo, se penso al medico di famiglia, si andava anche a casa per visitare il paziente. Ecco, la classe medica deve ricostruire la fiducia e ripartire dalla fiducia per far capire ai pazienti che la tecnologia può essere uno strumento essenziale a supporto dell’efficacia delle cure».

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