Sono molti gli attori della filiera delle SMART CITY, delle città intelligenti, ovvero quel concetto nuovo di pensare lo spazio urbano con servizi più efficienti e sostenibili, caratterizzati da automazione, gestione predittiva e personalizzazione. Tra i protagonisti di questa rivoluzione del rapporto tra città e cittadini Oracle, che sta conducendo studi molto approfonditi sulle smart-city, applicando soluzioni capaci di semplificare sempre più la vita di ognuno di noi. Abbiamo conversato di questi temi, e non solo, con Luisella Giani che in Oracle è EMEA Head of Industry Transformation. 

La prima curiosità è d’obbligo e riguarda la sua professione: da dove deriva la passione per la tecnologia?

“Grazie per la domanda! Arriva da quando ero bambina. Io ho avuto il mio primo computer che avevo 7 o 8 anni. era un Commodore 64 e mi è stato regalato da un socio di mio padre, che era un imprenditore, che gli disse: ‘Secondo me, visto che i miei figli si divertono tanto, anche tua figlia si divertirà molto!’ Cosi sono entrata in questo mondo e ne ero molto attratta, ma la mia grande frustrazione è che ero l’unica bambina a dilettarmi con il computer, non avevo compagni con cui confrontarmi, cercavo sempre i più grandi che mi potessero passare i floppy-disc o videogames! Mi ricordo che avevo provato a programmare con un emulatore di Dos e avevo rotto tre delle sette memorie del Commodore! Poi cosa è successo? – e spero che questo sia anche un piccolo esempio per le generazioni future – sono cresciuta in realtà con una serie di ispirazioni artistiche (ho fatto anche il conservatorio), perdendo la passione per i computer e la tecnologia, primo perché non avevo con chi condividerla, mi sentivo fuori dal gruppo perché avevo interessi non allineati con quelli delle altre bambine e due, perché a livello scolastico non c’era una spinta a capire il mondo dell’informatica. All’epoca era qualcosa di totalmente alieno, questo mondo era considerato da maschi. Quindi, per diversi anni ho abbandonato il mondo della tecnologia e dell’informatica. Ho fatto il liceo classico ed ho riscoperto il mondo dell’informatica e della intelligenza artificiale all’università, dove ho avuto una vera illuminazione. Avevo 20 anni, all’Università di Bologna mi ricordo che avevo ascoltato una conferenza del rettore sull’intelligenza artificiale e da li dissi ‘Voglio occuparmi di questo nella vita!’ Mi sono messa a cercare tutti gli esami e i professori che si occupavano di Intelligenza artificiale. All’Università avevo scelto Scienze dell’informazione, anche se cambiai molte volte: all’inizio avevo scelto chimica perché mi appassionava il mondo scientifico ma non volevo fare il medico. Mi appassionava anche l’arte, ma alla fine feci una scelta e scelsi questo: un’illuminazione perché era una materia molto ‘cross’, che poteva unire la parte scientifica e quella umanistica. Ma non è stato facile scegliere il mio percorso universitario, perché non trovavo quello che avesse tutti gli ambiti che mi interessavano. L’Intelligenza artificiale all’epoca era davvero pionieristica: nessuno la prendeva seriamente, nessuno ci credeva. Io ho scritto la tesi con un professore di semiotica e un matematico-filosofo e a lezione di intelligenza artificiale andavamo in cinque!”

E poi che cosa è successo?

“Dopo la laurea mi sono candidata per il dottorato a Trento sull’intelligenza artificiale (sui motori di ricerca semantici, che era il tema su cui avevo scritto la tesi) e lì avevo tutti i dubbi che hanno tutti gli universitari sulla scelta da fare a quel punto: da un lato il dottorato in Italia con vitto e alloggio e 800 euro per 3 anni ma con un futuro fortemente incerto, oppure cercare di andare all’estero. Queste erano le prospettive. L’Intelligenza artificiale non era una materia considerata di punta. Basti pensare che quando ho scritto la mia tesi di laurea ho utilizzato i computer del CNR perché, anche per fare test e analisi, c’era bisogno del super-computer (oggi la stessa potenza di calcolo la troviamo in un I-Phone!). Alla fine, ho deciso in parallelo di dedicarmi al marketing, con un master, pensando che potesse essere più facile trovare lavoro, temevo che tutto quello che avevo studiato non potesse essere apprezzato dalle aziende. Ho fatto un master in marketing a Roma, poi uno stage a Milano presso un’ agenzia di pubbliche relazioni che seguiva Google e Yahoo! Dove pensavano potessero essere utili le mie competenze, anche se in realtà facevo un lavoro che c’entrava niente con me. Da lì, per caso – visto che avevo non uno stipendio ma un rimborso spese che non mi consentiva neanche di pagarmi l’affitto – ho dovuto cercarmi un altro lavoro. Ho iniziato a fare la promoter per la Bacardi attraverso il sito di Kijiji (la piattaforma di annunci di EBay) dove Roberto Tucci, il Country Manager, ha visto il mio curriculum (lui si divertiva ogni tanto a guardare i curricula delle persone con curiosità) e mi ha chiesto di lavorare per Kijiji come assistente marketing per la società. Dopo diversi colloqui – io ero convinta di essere stata assunta – mi informarono che avevano scelto una persona interna. Ma nel giro di qualche giorno mi richiamarono dicendomi che ero piaciuta a tutti e proponendomi una posizione per Skype come product manager, perché nel frattempo Ebay aveva acquisito Skype e stavano aprendo le varie divisioni”.

E stavolta il colloquio andò meglio del precedente?

“Si, mi prendono. Faccio il colloquio con il manager della società con il quale parliamo prevalentemente di viaggi: all’epoca ero una viaggiatrice scatenata, andavo ovunque da sola e in modo totalmente irresponsabile. Ma lui mi dice: ‘benissimo, mi piace il tuo approccio’ e inizio l’avventura in Skype. Tra l’altro, all’inizio avevo un contratto in Lussemburgo in quanto noi gestivamo l’Italia e altre nazioni da lì. E’ stato un percorso molto interessante. Ho ricoperto quel ruolo per un anno ed era un ruolo internazionale perché da li, come dicevo, gestivamo diverse nazioni, poi è partita una riorganizzazione societaria: hanno deciso di non avere più team in Italia aggregando tutti i team a Londra e mi hanno fatto una proposta per lavorare nel marketing. Ma per me non era molto interessante quindi ho cambiato, andando a fare il Product manager in Lycos, in Germania, nell’Head Quarters. Ho avuto il primo team ed è stata molto dura perché ero in un paesino in mezzo al nulla (a Gütersloh, dove si trova la sede della Bertelsmann), avevo il mio team di soli uomini, non sapevo il tedesco ed ero molto più giovane delle persone che riportavano a me. Devo dire che è stato molto difficile, per questioni che adesso – spero – ho imparato a gestire, ma in sostanza loro non accettavano la mia leadership: donna, giovane, alla mia seconda esperienza di lavoro. Ho avuto momenti in cui ho dovuto riprendere le persone, era difficile farmi accettare dal gruppo. Il paradosso è che prima sono stata accettata dagli sviluppatori, perché in quel caso io mi sono messa in una posizione di ascolto e soprattutto avevo tantissima voglia di imparare. E questo è stato apprezzato perché non erano abituati a un product manager (che comunque è una figura di business) che volesse capire l’aspetto tecnico. In questo modo mi sono conquistata la loro fiducia. Ho avuto più problemi con persone che riportavano a me, in ruoli di ‘business’, in particolare con un manager che non riusciva proprio ad accettare che avesse una donna più giovane come capo. Ma devo dire che questa è stata un’esperienza di impatto, la classica doccia fredda che mi è servita molto. Da quel momento in poi ho coperto dei ruoli internazionali, sempre all’estero”. 

Che tipologie di impegno?

“Ho ricoperto vari ruoli più legati alla gestione del prodotto, finché ho iniziato a seguire la trasformazione digitale di Pagine gialle, non quelle italiane ma in Belgio, e anche lì ho avuto un ruolo pionieristico perchè ho lanciato tutta la parte di prodotto ‘mobile’, i primi iphone e i primi android come sistemi operativi creando dei team da zero, e quella per me è stata la prima esperienza in aziende tradizionali che ho dovuto seguire in quella che oggi definiamo ‘trasformazione digitale’. Poi è iniziata la seconda parte della mia carriera. Dopo aver seguito la trasformazione digitale di Yellow Pages, sono entrata in Goodyear Dunlop di nuovo con un ruolo Emea, dove dovevo trasformare digitalmente l’azienda, capire tutta la parte marketing, digital marketing, social media ma anche e-commerce. Parliamo del 2012. Poi ho assunto un ruolo analogo in DuPont Coating (poi diventata Axalta) dove con un ruolo Emea mi sono occupata della medesima trasformazione digitale. Finché non sono approdata in Oracle, 4 anni fa. Allora vivevo in Germania. Devo dire che la cosa che mi piace tantissimo del mio lavoro è che io unisco le mie anime: da un lato c’è la parte business di trasformazione digitale, e quindi capitalizzo la mia esperienza in azienda tradizionale, ma c’è anche fortemente l’aspetto tecnologico. Il ruolo disegnato perfettamente per me, perché sono in grado di essere il traduttore delle due anime. Grazie ad Oracle sono tornata in Italia dalla Germania. Oracle mi ha detto, con grande flessibilità: ‘Puoi stare li o andare in un altro paese’ ed io sono tornata in Italia ma con un ruolo internazionale. In Italia avevo avuto molte proposte ma con minori responsabilità di quelle che avevo già raggiunto o per dei ruoli esclusivamente italiani che non mi sentivo di accettare, avendo già avuto esperienze internazionali”.

In Oracle quindi, quale è stato il percorso che l’ha portata alla Smart City?

“In Oracle ho anche un ruolo informale relativo allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Visto che ho un background in AI dal giorno zero, sono stata messa in contatto con il nostro product development negli Stati Uniti (abbiamo anche una parte in UK) e ho sempre svolto il ruolo della persona che riesce a capire cosa succede nel mercato – e quindi parlo con tutti i nostri clienti per capire tutti le loro esigenze nel campo AI, IoT e Machine learning – e riportarlo al nostro referente. Avendo un ruolo come speaker vengo spesso utilizzata per eventi e conferenze. Ho iniziato ad interessarmi del tema delle Smart City indirettamente, essendo un ambassador di tutti i temi legati all’AI e al machine learning. Dunque, in Oracle ho un ruolo molto trasversale, anche perché il mio team si occupa di molte industry. Anche se in Oracle ci sono dei team molto più verticali, come quello che ha realizzato Proxima (un modello di città intelligente di nuova generazione) e quindi sono totalmente specializzati nella smart-city, mentre il mio ruolo è, appunto, più orizzontale”.

Forse non tutti hanno un’idea di cosa implichi il concetto di smart-city e perché è così importante dare lettura dei dati che è possibile raccogliere fruendo dei nuovi servizi che caratterizzano le città intelligenti? E quali sono le principali tecnologie che si stanno sviluppando attorno alla nuova dinamica organizzativa delle città?

“Si parte dall’analisi dei dati. Perché è molto importante? Perché innanzitutto ci permette di capire l’effettivo utilizzo. Ci sono due ambiti: intanto quello progettuale e di individuazione di quelli che sono i bisogni. Dopo la fase progettuale ci aiuta a capire l’effettivo utilizzo, da cui derivano ottimizzazione ed efficientamento. Dalla raccolta dei rifiuti all’accensione automatica dei lampioni in strada: c’è una varietà enorme di applicazioni e di casi di uso. Si parte dal collezionare ed analizzare dati ma si deve parlare di tecnologie. Se parliamo di raccogliere dei dati, pensiamo a tutte le tecnologie attorno alla IoT e quindi si parla di sensori, perché questi permettono che raccolgono dati in maniera automatica – e quindi anche neutrale – e quindi permette di raccogliere dei dati che implicherebbero una forte difficoltà. Ma se ho un sensore che mi rileva la temperatura o mi rileva l’umidità in modo automatico, è ovvio che è un processo più semplice ed efficiente. Quindi tutte le tecnologie che sono quelle appunto che appartengono alla grande categoria dell’AUT (che possono essere sia a livello macro che a livello micro, dove micro intendo nell’appartamento o nel condominio e macro intendo quelle che vanno a monitorare l’ambiente o a realizzare analisi predittive dell’ambiente, ad esempio la città è progettata per gestire una grande quantità di pioggia?) Da questa raccolta dei dati, io andrò a sviluppare degli algoritmi per identificare dei pattern anomali, visto che l’algoritmo è più in gamba di noi umani visto che è capace di utilizzare e analizzare tantissimi dati “close to real time” con uno scarto di pochi millesimi di secondi, identificando delle anomalie, dare degli alert quindi fare in modo che si possa attivare la manutenzione, ma anche a capire l’uso e efficientare l’allocazione di risorse in base all’uso o al consumo che viene fatto. Pensiamo ad esempio al ritiro dei rifiuti ma pensiamo anche all’attività di prevenzione criminale: si può analizzare il livello di criminalità in alcune aree e decidere se allocare più sicurezza in determinate ore del giorno o in determinate zone. Gioca un ruolo molto importante la tecnologia che si occupa di cyber security; essendo oggi disponibile una quantità di dati molto più grande di quanto non fosse 10 o 15 anni fa, molti di questi dati sono raccolti da oggetti dall’Internet of things o sensori, è ovvio che è necessario alzare il livello di protezione. Quando si parla dell’attività di ‘sensori’ è naturale pensare che non siano state definite le giuste misure di protezione. Anche Oracle ha un impegno molto forte nel garantire un framework di cybersecurity e di protezione”.

Anche dal punto di vista della privacy? 

“Si, li ci sono due livelli. Intanto essere sicuri che i dati non siano hackerabili e che non siano accessibili dall’esterno. E poi c’è il tema specifico della privacy e cioè che questi dati vengano raccolti e utilizzati secondo le regole di GDPR, sia a livello di regole che abbiamo in ambito europeo e nazionale. A livello di smart cities e a livello aggregato per quanto riguarda la privacy, è probabilmente già di default che viene monitorata, perché sono i dati aggregati che sono rilevanti. Può certamente esserci un tema di carattere individuale: pensiamo al tema dello Smart Grid, se voglio diventare un prosumer (ad esempio, non voglio solo consumare energia ma magari anche produrla con i miei pannelli solari) sarà importante che la mia privacy venga tutelata. Questi saranno i temi che diventeranno più rilevanti in futuro”.

Con questo anno terribile che abbiamo affrontato, avete notato una maggiore sensibilità da parte delle città, delle amministrazioni su questi argomenti o richieste di consulenza per implementare questi servizi? E’ successo qualcosa di interessante? In che cosa c’è stato un impulso particolare?

“Assolutamente si! C’è intanto da considerare che tutti stanno cercando di capire l’evoluzione della allocazione dei fondi europei grazie al Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. C’è una forte attesa adesso, c’è una volontà di utilizzare questi fondi non solo per le smart cities e per la sostenibilità ma anche, ad esempio per il turismo. C’è una forte voglia di ripartenza. Quindi ci sono molte richieste, che vanno da come utilizzare la tecnologia e come mettere il cittadino al centro di questi investimenti. Negli ultimi mesi in Italia abbiamo affrontato molte conversazioni con le istituzioni ma la retorica del ‘cittadino al centro’ è un qualcosa che sentiamo da anni: c’è differenza tra la retorica e l’esecuzione. Quello che vedo di diverso e che considero molto positivo e che sembra che ci sia una forte volontà di passare all’esecuzione, stimolata anche dalle richieste che arrivano dalla Commissione Europea. Bisogna capire come utilizzare i dati, quale è l’approccio di ‘open data’, come avere accesso e come dare trasparenza all’utilizzo dei dati: quindi gli attori tecnologici come Oracle devono capire su quali progetti poter lavorare”.

 

Che ruolo ha la vostra attività rispetto all’implementazione di tutto quello che è il mondo dell’economia circolare?

“Abbiamo due ruoli: il primo intanto è cosa facciamo noi come Oracle, per avere un ruolo attivo sia nella sostenibilità che nell’economia circolare. Tanto per fare alcuni esempi banali: facciamo raccolta differenziata in tutti gli uffici del mondo (e considerando il numero degli uffici e dei dipendenti Oracle nel mondo diventa un impegno importante), non usiamo più bottigliette di plastica per l’acqua già da qualche anno, anche noi nelle e.mail abbiamo dei reminder tipo ‘Non stampare questi documenti non sono necessari’. Quando al secondo ruolo, abbiamo azioni un po’ più importanti. Ad esempio nei data center in Europa utilizziamo energia rinnovabile al 100 per cento. E poi, come trattiamo tutta la parte di hardware che viene restituita dai clienti, cioè gli asset hardware che non sono più utili vengono riciclati. Ad esempio, nel 2020, il 99.4% di questa strumentazione è stata riciclata o riutilizzata. Anche riguardo le infrastrutture, che possono essere riconsegnate in pallet piuttosto che in unità singole, anche qui c’è stato un forte impegno da parte di Oracle di ridurre quelle che sono le emissioni duplicando le unità che sono consegnate in pallet. Quindi è qui che sei sostenibile, perché invece di avere due volte il trasporto con il camioncino, lo hai una volta sola. E questo è l’impegno di Oracle come azienda. Poi c’è la questione dell’economia circolare come ecosistema e quindi quello che possiamo fare non solo come azienda con i nostri dipendenti, ma anche con i nostri clienti e i nostri fornitori. Come possiamo diventare attori di questo cambiamento? Abbiamo varie startup con i nostri clienti – purtroppo nessuna in Italia ma solo a livello internazionale – che offrono tecnologia, ad esempio, in agricoltura, per monitorare con i droni la semina o la crescita;  abbiamo molti progetti a San Jose in California (che è stata considerata una delle città più avanzate per l’utilizzo della tecnologia al servizio della sostenibilità) per capire come monitorare gli utilizzi delle strutture ed efficientarle. Abbiamo anche altre start-up che, ad esempio, utilizzano la blockchain nel mondo del fashion, che è un mondo molto poco sostenibile: sappiamo che ad esempio vengono prodotti molti più abiti di quelli che vengono venduti, oppure pensiamo ad un’altra attività molto poco sostenibile che è l’e-commerce e anche li ordinano molti più abiti di quelli che vengono realmente venduti, quindi vengono rimandati indietro e cosi via. E questo è uno dei motivi di forte perdita economica: si calcola che ogni persona restituisce minimo il 25% di quello che acquista. Noi stiamo cercando di risolvere anche questo aspetto: se tu hai delle applicazioni che ti aiutano a capire quale è la tua taglia, il tuo colore, diventa minima la probabilità che si rimandino indietro i capi e dall’altro lato viene valorizzato tutto l’ecosistema della blockchain, perché ti garantisco la tracciabilità di tutta la catena e ho la certezza che il capo che acquisto ha tutte le caratteristiche della sostenibilità (ad esempio, che non venga prodotto sfruttando lavoro minorile). Altro bel progetto lo abbiamo fatto con Volvo, sempre per tracciare il contenuto di cobalto nelle batterie per le auto elettriche”.

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Tecnovisionarie

“DONNE SCIENZA INVENZIONE CARRIERA – Progetto di Gianna Martinengo”

Dalle esperienze alle skill al role model, viaggio tra le professioniste e scienziate che stanno facendo progredire il mondo della scienza italiano e internazionale. Interviste a “mente aperta” anticipate da un viaggio nei diversi mercati dell’innovazione. Uno spazio sarà dedicato alle trentenni , giovani donne – professioniste e scienziate – che affrontano il futuro con coraggio e determinazione.

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