Maria Teresa Paracampo: la ‘Cristoforo Colombo del FinTech’. Parola del papà che la voleva magistrato.
Galeotto fu il convegno in cui scoppiò l’amore per le regole – che nessuno aveva ancora scritto – del rapporto tra finanza e tecnologia

È stata probabilmente la prima accademica ad occuparsi, in Italia, di questi temi. Ancor prima che la tecnologia spiegasse i suoi tumultuosi effetti anche nel settore finanziario, Maria Teresa Paracampo si interrogava già su come ci si potesse specializzare nel campo degli aspetti giuridici e della regolamentazione del FinTech. Certo, la legge era la strada di famiglia. Ma nella vita ci si può trovare davanti a tanti bivi e mai, nella famiglia Paracampo (papà magistrato) si poteva immaginare che la direzione che Maria Teresa era pronta ad intraprendere fosse tanto particolare.

Immaginava, durante il liceo, di diventare una delle massime esperte nel campo del FinTech?

«Francamente al liceo non immaginavo in alcun modo quali strade potessi esplorare nel mio futuro professionale. Mi viene però da sorridere se penso ad un aneddoto che conservo nitido nella mia memoria e che forse si è rivelato profetico. Quando mi accingevo ad iniziare i miei studi universitari, un giorno – precisamente il 12 ottobre 1987 (ebbene sì ho superato anch’io il mezzo secolo!) – trovai sulla mia scrivania il manuale di diritto costituzionale accompagnato da un biglietto che recitava: “Il 12 ottobre 1492 Cristoforo Colombo scoprì l’America, anche tu oggi scoprirai il mondo del diritto!” Pur nelle migliori intenzioni di chi le aveva scritto (che però non aveva ancora fatto i conti con la mia determinazione e con il mio senso di ribellione), lette così quelle parole sembravano una “condanna” inquietante, considerato soprattutto l’equivoco nel quale era caduto Cristoforo Colombo.

manuale diritto finanza

Quell’accostamento “inedito” si è trasformato, invece, in un assunto dai risvolti insperati, dal momento che,se negli anni a venire mi ha spinto a prendere le distanze da materie tradizionali, preferendo avventurarmi su percorsi di studio innovativi e non consueti, più di recente mi fa fatto aprire gli occhi su altro mondo, quello di FinTech, ancora tutto da scoprire.

Comunque, tornando alla sua domanda, meglio precisare che non ci si dovrebbe mai ritenere esperti di qualcosa, sembra tanto di essere arrivati (dove poi?) e la cosa fa un po’ paura, perché assomiglia ad un punto di non ritorno che spinge solo ad adagiarsi. È il viaggio conoscitivo che “intriga” mentalmente e fa sì che l’attrazione per queste tematiche innovative duri il più a lungo possibile. L’unica meta che cerco semmai di prefiggermi è l’arricchimento personale e professionale che non deve mai mancare nel processo di crescita di una persona. Preferisco considerarmi una studiosa che ha intrapreso un percorso di conoscenza e di approfondimento, avuto inizio alcuni anni fa e che cerca di portare avanti costantemente».

Cosa l’ha portata alle innovazioni tecnologiche applicate al mondo finanziario?

«Curiosità, molta curiosità, ma anche un “amore a prima vista” o forse – come spesso mi è accaduto – è la vita che ha posto sul mio cammino queste prospettive e opportunità di studio. E le prospettive le puoi cogliere solo quando apri la mente, ti predisponi all’accoglimento del nuovo e divieni recettivo rispetto a tutto quello che potrebbe innovare il quotidiano a tutto tondo, certo in modo proattivo e certamente non acritico.

Ricordo ancora il giorno – diversi anni orsono – in cui ho fatto la scoperta che ha “sconvolto” il mio percorso di studi. Ero ad un convegno a Milano, davvero noioso e povero di contenuti innovativi (ovviamente non dirò da chi è stato organizzato né dove si è tenuto), ma è bastata una sola parola, che un relatore ha pronunciato forse inconsciamente e che nel resto dell’uditorio è passata sicuramente inosservata, ma nella sottoscritta ha destato particolare interesse, innescando uno tsunami tale da condizionare il percorso di ricerca negli anni a venire. Per quella parola – che ha poi aperto altrettante strade di studio negli anni successivi – sono arrivata a rivalutare quel convegno.

Magari potrei pensare di non essere stata io a “scegliere”, ma di essermi trovata su questa strada e di essere stata poi “catturata” dai diversi meandri conoscitivi. E personalmente sono presa da tutto ciò che è in grado di nutrire e tenere viva la mia mente. Diversamente mi annoio e perdo interesse, ma con FinTech questo pericolo non l’ho ancora corso, anzi la curiosità nel proseguire il cammino intrapreso mi stimola ulteriormente».

Maria Teresa Paracampo, in che cosa trova affascinanti queste materie?

«Sicuramente nella ricchezza di stimoli che offrono continuamente. Si tratta di materie che cambiano velocemente e che per una studiosa rappresentano altrettante sfide, tanto sul versante conoscitivo quanto su quello della riflessione in ordine ai possibili profili giuridici meritevoli di osservazione. Le continue sollecitazioni che è possibile trarne, se da un lato tengono desta l’attenzione sulle innovazioni, dall’altro ampliano gli orizzonti conoscitivi. È questo che mi ricarica delle necessarie motivazioni per sostenere ritmi duri nella ricerca e nello studio delle novità».

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Quali sono i cambiamenti più rilevanti che ci sono stati nella relazione tra mondo finanziario e applicazioni tecnologiche? A che punto sono gli intermediari finanziari italiani in termini di innovazione tecnologica?

«L’innovazione presuppone un cambio di passo mentale, seguito da ingenti investimenti in tecnologie, entrambi fattori che nel nostro Paese si sono arenati davanti a diversi scogli che ne hanno prolungato uno stato di immobilismo, dal quale il panorama finanziario nazionale comincia lentamente a destarsi, anche se non a sufficienza, come dimostrato dai risultati di molte ricerche della Banca d’Italia».

Profili giuridici del FinTech, ma anche tutela degli investitori e regole di comportamento degli intermediari finanziari, educazione finanziaria, consulenza finanziaria indipendente. I suoi sono certamente campi di studio molto vasti e diversi: esiste una preferenza per uno di questi?

«È vero, sono campi di studio molto vasti, ma poi non così diversi. Un unico filo conduttore lega tutti i temi che ha citato, dove l’uno è anche la conseguente evoluzione dell’altro, in tutte le sue sfaccettature. Così la consulenza finanziaria si apre alla robo advisory in FinTech, ma si può declinare diversamente a seconda della prospettiva adottata, coniugandosi con l’educazione finanziaria, con l’adempimento delle regole di condotta da parte degli intermediari finanziari e con la tutela degli investitori.

Per quanto mi sia molto caro il tema della consulenza finanziaria, le ho dedicato più di dieci anni, studiando problematiche giuridiche ed offrendo soluzioni per uno statuto normativo, continuo tuttora a seguirlo alla luce delle nuove prospettive che si stanno delineando, complici gli impulsi normativi legati al FinTech. Pensi alle nuove frontiere della consulenza su crypto-asset e al prossimo passo di definizione di un nuovo statuto normativo per il fornitore di servizi (inclusa la consulenza) di crypto-asset. I versanti innovativi e di approfondimento sono molteplici e li ho selezionati proprio addentrandomi nel mondo del FinTech che, per quanto mi riguarda, ha inaugurato, anni fa, una nuova fase di studi, peraltro in coincidenza con l’inizio di un nuovo capitolo della mia vita professionale».

Donne nella finanza
Da quello che possiamo constatare non è esattamente un mondo per donne quello dove lei si è così fortemente specializzata. Come mai secondo lei?

«Non dimentichi che io presento un’aggravante più, oltre a quella di essere donna: vengo dal Sud. Le racconto un episodio accadutomi a maggio 2018 e che può descriverle la situazione. Erano passati già diversi mesi dalla pubblicazione della prima edizione del manuale sul FinTech e sono stata invitata da una nota società di formazione a tenere una relazione a Milano. Durante una pausa, mi si avvicina un avvocato del luogo e mi dice: “È strano, come mai ad una professoressa del Sud è venuta una simile idea?”. Lei cosa avrebbe risposto? Non nascondo che un’esternazione del genere ha scatenato dentro di me le reazioni più disparate, ma la saggezza dell’età mi ha prontamente frenato, ricordandomi che ero sempre una signora e che perdevo solo tempo a rispondere ad una provocazione del genere. Dentro di me però un po’ gongolavo, perché ritengo che la sfida si vinca sul campo, in quello che fai e non nei proclami legati alla provenienza geografica, al sesso o ad altri bias.

È vero, il mondo finanziario è ancora di stampo “maschilista”, ma il trend, seppure lentamente, sta cambiando anche sulla spinta di quanto sta accadendo in altri settori (pensi al primo presidente donna alla presidenza della Corte Costituzionale, alla recente nomina della prima donna come rettore della più antica università, La Sapienza, o alla recente nomina di Kamala Harris). FinTech in particolare sta offrendo alle donne l’opportunità non solo per emergere, ma per dimostrare il valore del loro contributo nel settore delle tecnologie».

ricerca settore finanza
A giudicare dalle sue competenze, pubblicazioni ed incarichi, lei dedica tanto tempo alla ricerca. Quanto è necessario studiare per essere sempre al passo con l’evoluzione continua che vivono questi settori?

«La ricerca rappresenta una parte significativa del lavoro che un docente universitario deve svolgere. Passione per lo studio e per il tema di volta in volta affrontato, perseveranza e lungimiranza su eventuali sviluppi futuri, ma anche tanta pazienza devono supportare l’attività di ricerca, specie quando assorbe tante energie e sottrae tempo ad altri settori della vita. Tanto, per quanto mi riguarda. FinTech poi, come per tutte le tematiche innovative, richiede anche tempestività nel seguirne le evoluzioni, per fare mente locale sui diversi tasselli e sulle varie intersezioni – a livello nazionale, europeo ed internazionale – che alla fine contribuiscono alla definizione di un puzzle che muta fisionomia altrettanto velocemente come le tecnologie su cui fa leva. L’importante è che la ricerca non rimanga fine a se stessa, ma si traduca in qualcosa da portare e da condividere con gli altri.

Penso anche che un docente debba in qualche modo aprire agli studenti una finestra sul mondo, prospettando loro i cambiamenti in atto affinché possano decidere al meglio il loro futuro professionale alla luce delle opportunità che le innovazioni possono apportare. È nata così l’idea nel 2017 di pubblicare il primo manuale sul FinTech, giunto alla seconda edizione: portare nelle aule universitarie quello di cui si sentiva ancora sporadicamente parlare fuori, ma che ben presto – come avevo immaginato e come il tempo mi ha dato ragione – avrebbe dato origine alla nascita di corsi universitari».

FinTech, RegTech, SupTech e InsurTech, Big Data e Robo Advisory. Per molti sono solo sigle complicate. E invece parliamo di acronimi che raccontano di cambiamenti che stiamo vivendo attorno a noi e che, anzi, stanno molto migliorando la nostra vita e la fruizione di molti servizi. Ad una persona che si definisce ‘digiuna’ di queste tematiche, come le descriverebbe?

«Un elemento li accomuna, il suffisso Tech, che fa chiaramente comprendere la particolare rilevanza della tecnologia che abilita e favorisce una maggiore efficienza di ciascuno dei processi indicati: quello dei servizi finanziari, quello dell’adempimento normativo e della compliance, quello della supervisione».

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La pandemia sta accelerando e dando un forte impulso all’innovazione tecnologica e digitale a 360 gradi. Nel campo finanziario, secondo lei, quali ulteriori novità sono pronte a decollare?

«È vero, paradossalmente la pandemia con l’imposizione del distanziamento fisico ha accelerato, se non addirittura svolto il ruolo di detonatore di un processo di digitalizzazione che nel nostro Paese era – in tempi precedenti – ancora lontana dal rappresentare una diffusa e concreta realtà. Tant’è vero che secondo il DESI (The Digital Economy and Society Index), assegnato annualmente a ogni Paese europeo, il nostro si è costantemente mantenuto fermo nelle ultime posizioni, indietreggiando ulteriormente nel 2020 al terzultimo posto. Durante la pandemia questa pecca è stata pagata cara, ponendo tutti davanti ad una realtà di crescente digital divide, piuttosto che di digital inclusion. Motivo per il quale non è necessario, ma urgente investire sulla tecnologia, accelerando la digitalizzazione di tutto il sistema. Al contempo occorrerà portare a tutti i benefici connessi e renderli fruibili anche nel settore finanziario, a patto di non investire solo sull’educazione finanziaria, bensì in via prioritaria sull’educazione digitale. Solo per questa via si potrà generare la fiducia necessaria per utilizzare nel modo corretto le tecnologie. La fiducia dovrà diventare mainstream in un processo di generale accettazione delle tecnologie.

E il settore finanziario sta già sperimentando diverse innovazioni tecnologiche, il futuro contempla in maniera crescente soprattutto le applicazioni dell’intelligenza artificiale (tradotte in chatbots e non solo) in tutti gli steps di una catena di valore sempre più frammentata. Molto dipenderà anche dall’implementazione della ‘regulatory sandbox’, quei perimetri dove sperimentare innovazioni finanziarie abilitate dalle tecnologie più avanzate, affinchè possano tradursi in un volano di sviluppo, apportando nuova linfa alla crescita del Paese, specie nel periodo post pandemia».

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Come è destinato a cambiare ulteriormente il nostro modo di gestire il denaro e il nostro modo di risparmiare, grazie al contributo delle innovazioni tecnologiche?

«Ormai imperversano app che guidano i consumatori nel controllo delle proprie spese mensili, a beneficio di accantonamenti per successivi investimenti. Il quadro viene arricchito da piattaforme e, nel settore assicurativo, da siti di comparazione che nella loro forma evolutiva assistono il consumatore non solo nella ricerca della polizza più conveniente dal punto di vista economico, ma in un modello definito di concierge aiutando il consumatore ad accrescere la propria consapevolezza sulle caratteristiche del prodotto e di come possa soddisfare le proprie esigenze attraverso forme consulenziali offerte tramite ‘chatbot’. Certo, un simile trend non è propriamente nazionale, in quanto sta prendendo piede soprattutto in altri Paesi, ma non potrebbe che essere di esempio per il prossimo futuro».

Robo advisory
In Italia c’è un forte pregiudizio nei confronti della Robo Advisory. Che cosa non abbiamo capito?

«Pregiudizio e resistenza, aggiungerei, oltre a mancata comunicazione ed informazione al riguardo. In un Paese dove sono due le parole che incutono timore, consulenza automatizzata e indipendenza, la prospettiva iniziale è stata quella di una ferrea contrapposizione tra consulenza umana e consulenza digitale.Tant’è vero che l’unica società che prestava servizi di robo advisory ha lasciato l’Italia per approdare nel Paese ritenuto la culla della consulenza automatizzata.

La domanda forse non è cosa non abbiamo capito, quanto piuttosto cosa (non) abbiamo fatto, quanto ci abbiamo creduto e soprattutto come l’abbiamo presentato agli occhi dei consumatori? I risultati delle varie ricerche pubblicate al riguardo sono condizionati in primis dal target e dal profilo degli intervistati, in secundis dal tenore della domanda sottoposta. La comunicazione è importante ai fini della conoscenza, il principio è di valenza generale: se vengo a conoscenza dell’esistenza di qualcosa che mi può aiutare, starà a me decidere se avvalermene o meno; se questo qualcosa mi viene spiegato bene, con parole semplici, sarò poi libero di decidere se farvi ricorso. Invece il robo advice è stato a lungo quasi demonizzato, sino a rivalutarlo in parte quando si è scoperto che quello ibrido e soprattutto il robo for advisor possono convivere con l’umano e renderlo così accettabile. Nonostante le potenzialità di sviluppo e di accesso ai servizi finanziari, la strada per i robo advice nel nostro Paese è ancora lunga e un impulso al suo sviluppo potrà piuttosto derivare da specifiche coperture normative che nel frattempo sono state offerte a livello europeo con riguardo al settore assicurativo e pensionistico».

E nel mondo accademico che cosa sta succedendo? Che grado di interesse hanno i suoi studenti per questi campi?

«Gli studenti mi dicono di essere affascinati dalle tematiche che ruotano attorno a FinTech, tanto da preferirle a quelle tradizionali, che pure sono indispensabili nel panorama conoscitivo di uno studente per comprendere il contesto su cui le innovazioni tecnologiche nel settore finanziario vanno ad impattarsi. Non dimentichiamo poi che gli studenti hanno grande familiarità operativa con le tecnologie, ma – come ripeto spesso loro – hanno scarsa conoscenza dei rischi e delle conseguenze giuridiche delle loro azioni, ad esempio sui social. L’apprendimento dei profili giuridici connessi al variegato ecosistema FinTech si coniuga così con una finalità educativa per un uso responsabile e consapevole della tecnologia».

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