Innovazione tecnologica al servizio dell’ingegneria
Italia leader nella digitalizzazione del patrimonio architettonico

BIM. Building Information Modelling. Un concetto che racchiude tutto il senso di come l’innovazione tecnologica e di processo sia al servizio di ingegneri, architetti e tutte le diverse tipologie di professionisti che operano nel campo delle costruzioni. Un modo assolutamente innovativo e moderno di concepire le varie fasi di un progetto architettonico o ingegneristico: dalla pianificazione alla progettazione, dalla costruzione alla gestione e manutenzione, si può fare tutto partendo da un Modello 3D. In questo campo inutile dire che non si può certo prescindere dal supporto digitale che, per la verità, sembra oggi sostituire quasi completamente il tavolo inclinato a cui siamo abituati a pensare quando immaginiamo al lavoro un ingegnere o un architetto. Lo sviluppo e l’implementazione di strategie per i processi digitali è il campo di azione di Marzia Bolpagni.  Laureata con lode in Ingegneria Edile presso l’Università degli Studi Di Brescia e PhD presso il Politecnico di Milano, da fin dall’inizio della sua carriera si è occupata di Building Information Modeling.

Oggi è Head of BIM International come Associate Director presso la società inglese Mace.

Siamo nel 2021 eppure il nostro retaggio culturale ci porta a farci percepire come strano che una donna voglia diventare un ingegnere edile. Come nasce questa sua vocazione?

Tutto è nato con la mia passione per l’arte e la pittura che negli anni si è trasformata in passione per l’architettura. Questo passaggio è stato quello che mi ha guidato verso il patrimonio edilizio: ricordo che una delle mie migliori amiche mi regalava gli inserti dei giornali sugli architetti, da Renzo Piano a Zaha Hadid! Ricordo anche che mi sconsigliarono di intraprendere questa strada (lo studio della storia dell’arte) perchè sarebbe stato difficile trovare opportunità nel mondo del lavoro, cosi la seconda scelta era fare architettura. Però a Brescia, che è la mia città, non c’era e avrei dovuto spostarmi a Venezia. A Brescia c’era ingegneria edile che poteva coniugare la mia passione per l’ architettura a quella per le materie scientifiche dove ho sempre eccelso, quindi è stato il connubio perfetto per me. Quando ho iniziato non sapevo neanche esattamente cosa facesse un ingegnere edile, perché quando entri nel mondo universitario, e soprattutto in Italia se si paragona all’estero, rimane tutto molto ‘accademico’. All’estero svolgono dei periodi di tirocinio nelle aziende o nei cantieri, consentendo un rapporto diretto con il mondo del lavoro. Già all’università, in quanto donna, era strano fare ingegneria perchè un tempo a frequentare erano tutti uomini. Quando ho iniziato io eravamo già 50 e 50 e oltretutto le donne solitamente ottenevano risultati migliori. Il gap vero è stato quando sono entrata in questo mondo del lavoro e lì si che ho cominciato ad avvertire la diversità: nei cantieri sei in minoranza, anche per il tipo di lavoro fisico che spesso si addice più agli uomini che alle donne.
Nel mio caso il fatto di essere donna era l’aggravante minore, perché oltre a questo ero anche la più giovane e dovevo confrontarmi con persone di tutta un’altra generazione. Ma sono stata comunque molto fortunata a trovare sia uomini che donne che mi hanno supportata. 

Lei ha studiato e lavorato molto anche all’estero. Cosa ci racconta di questa esperienza fuori dall’Italia?

Ho iniziato quando stavo facendo la tesi di laurea che ho svolto in Finlandia: i paesi scandinavi sono stati i primi ad adottare un approccio digitale per il settore delle costruzioni, sono stata li 6 mesi e hanno pubblicato la mia tesi, poi usata come riferimento per adottare la digitalizzazione del settore delle costruzioni nell’ambito pubblico in diversi paesi. Sono poi tornata in Italia e presso il CNR ho avuto la possibilità di continuare questo lavoro di ricerca e da lì ho iniziato un dottorato di ricerca. Ho fatto domanda al Politecnico di Milano e ho svolto due periodi all’estero: prima in America lavorando presso Il Massachusetts Port Authority a Boston e poi in Inghilterra, dove sono stata selezionata per il Ministero della giustizia inglese a Londra. Ed è lì che ho conosciuto la compagnia per la quale lavoro ora – Mace – che mi ha chiesto di restare.

Entriamo nel merito della sua professione. Cosa significa esattamente operare nel campo delle strategie digitali per il settore delle costruzioni?

Diciamo che si è passati da una progettazione cartacea – basata su disegni bidimensionali delle piante delle sezioni di edifici e infrastrutture – al CAD, cioè al trasferimento di tutto il processo di progettazione a computer, che permette una modellazione anche tridimensionale, fino ad arrivare al BIM, cioè all’unione della geometria parametrica a un database di informazioni. In sostanza, per fare un esempio, quando io disegno un muro disegno un parallelepipedo, non più una linea e riesco ad individuare lo scopo di questo oggetto associando delle informazioni, come qual è il materiale e il costo eccetera. Nel BIM la parte importante è proprio l’”information”, perchè si passa ad una gestione delle informazioni attraverso un approccio digitale, quindi è un’evoluzione del progettare e del costruire. Il BIM dà la possibilità di fare analisi, ad esempio analisi energetiche, strutturali, o dei costi. In Italia si è iniziato nel gennaio del 2019 con un mandato per le opere pubbliche sopra 100 milioni di euro per utilizzare il BIM, questa soglia sta poi diminuendo e nel 2025 sarà obbligatorio per tutte le nuove opere pubbliche. In Inghilterra nel 2016 e in altri paesi anche prima, già a partire dal 2007.

 Gli standard italiani sono interessanti e soddisfacenti oppure siamo ancora indietro? E cosa significa esattamente essere un BIM Advisor? (consulente in Building Information Modelling)

In alcuni temi in Italia siamo avanti, ad esempio siamo gli unici ad aver sviluppato alcuni standard nazionali per la digitalizzazione del patrimonio architettonico (Heritage BIM), cosa che altri paesi non hanno. Siamo riusciti a differenziarci e queste norme hanno poi addirittura influenzato la normativa europea. Nel 2016 mi hanno chiesto di guidare un gruppo di standardizzazione: ero l’unica donna e la più giovane di tutti. Mi hanno contattato dalla Germania per rappresentare l’Italia e nel 2020 è stata pubblicata la norma da me coordinata: la prima norma europea guidata dall’Italia (e da una donna) sul tema della digitalizzazione dell’ambiente costruito. In questa norma abbiamo ripreso degli aspetti che c’erano nella normativa italiana. Cosa fa un BIMadvisor? Coordina le richieste delle committenze che si rivolgono a noi per capire come implementare il BIM nelle loro organizzazioni. Io redigo strategie digitali per clienti che voglio iniziare un percorso di digitalizzazione e cambiare modo di progettare e  gestire opere costruite. Abbiamo clienti pubblici e privati come aeroporti e perfino progetti con Buckingam Palace.

Davvero? Che tipo di progetti con loro?

Più che altro di ristrutturazioni di interni.

Ingegnere edile in un paese, l’Italia, caratterizzato da un patrimonio edilizio in larga parte da riqualificare perché molto ‘energivoro’: viviamo in edifici con prestazioni energetiche scarse e anche per risolvere questo problema da anni lo stato eroga corposi incentivi fiscali destinati alla riqualificazione energetica del comparto immobiliare italiano, residenziale soprattutto. Servono davvero? Che affetti hanno bonus e superbonus? Che giudizio ‘tecnico’ da di queste iniziative divenute ormai strutturali?

Avere degli edifici sicuri è un diritto di tutti, quello che manca al momento è la mancanza di accesso alle informazioni. Non sappiamo, quando entriamo in un edificio, se sia sicuro o meno, non sappiamo se sono stati fatti i vari adeguamenti strutturali o antincendio, non sappiamo se dove viviamo gli ambienti e gli spazi sono sicuri. Si spera ci si possa arrivare in futuro. Parlando dei bonus sono sicuramente incentivi positivi ma secondo me manca un cambiamento culturale, bisogna creare consapevolezza e responsabilità, questo deve essere una priorità. I bonus ci aiutano a risolvere problemi tecnici, ma spesso si scontrano col campo politico-culturale: servono iniziative sinergiche che ci aiutino a posizionare questi bonus all’interno di un disegno più ampio.

Oltre alle problematiche del patrimonio edilizio, forse il vero nervo scoperto italiano è rappresentato da una carente rete infrastrutturale. Come giudica questa situazione, come si potrebbe migliorare la condizione italiana al punto di vista della viabilità, del trasporto pubblico, dei collegamenti da un punto all’altro del paese?

Anche in questo caso in Italia servirebbe una strategia sulla “smart mobility” che metta al primo posto la sostenibilità e investimenti che tengano conto dell’intero ciclo di vita dell’opera, inclusa la sua dismissione.

Ma come si fa in Italia a combinare le esigenze di un patrimonio architettonico/immobiliare storico da conservare con la necessità di riqualificare il territorio? E’ questo l’arcano che tenta di risolvere l’innovazione digitale su cui punta anche l’ingegneria civile e l’architettura? In che modo di esprime l’innovazione nel vostro campo?

Tutti ci invidiano il nostro patrimonio storico e culturale, ma finché non si guarda con gli occhi di chi vive all’estero è difficile capire quanto siamo fortunati a  vivere in certe città italiane, a crescere in luoghi dove andando nel centro storico ci troviamo una chiesa rinascimentale, un castello medievale, un tempio romano. Noi lo diamo per scontato, ma in tanti paesi non hanno nulla di tutto questo: e invece siamo italiani e dobbiamo valorizzarlo! La tecnologia può riprodurre la situazione attuale a livello di materiali o geometrie, creare stampe 3D, come è stato fatto nel Duomo di Milano, la tecnologia aiuta a preservare e tenere traccia di vari patrimoni. La tecnologia ‘Laser scanning’ ad esempio fa la scansione esatta del patrimonio edilizio attraverso una nuvola di punti. Pensate a cosa è successo a Notre Dame: grazie alla scansione della Cattedrale prima dell’incendio si è potuto ricostruire quanto perso.

Nel 2019 ha fondato Italians in Digital Transformation UK con lo scopo di riunire esperti di innovazione digitali con spirito collaborativo. Che cosa fate e perché è così importante fare rete, networking anche nel suo campo?

E’ un gruppo di italiani con la passione per innovazione digitale e con forte spirito collaborativo. Italiani che lavorano in Inghilterra (a Londra si sente tantissimo parlare italiano ovunque, a me dà anche un po’ di tristezza perchè vuol dire che in tanti hanno lasciato l’Italia). In ogni caso, ci sono persone che si incontrano in questi ‘meet-up’ dove, pur essendo competitori discutono e si confrontano per poter trovare punti comuni per avanzare nell’industria. Un atteggiamento che in Italia spesso manca, per paura di essere copiati, mentre dovrebbero capire che tutto questo potrebbe migliorare l’industria ed accrescere il volume di lavoro per tutti. In Inghilterra ci troviamo con i nostri competitor senza problemi, ci scambiamo idee, opinioni sulla trasformazione digitale nel settore costruzioni. Il gruppo di Italians in Digital Transformation UK nasce con lo scopo di essere un ponte tra professionisti che lavorono sulla trasformazione digitale in Italia e in UK. Il gruppo nasce da esperti del settore delle costruzioni, ma siamo aperti ad imparare da altre industrie. Abbiamo presentato anche a Milano al MadeExpoe la community ora conta più di 250 persone.

L’Italia, insieme al resto d’Europa, ha oggi una grande opportunità: le risorse messe in campo dal Next Generation Eu, con la sua stretta correlazione con il Green Deal. Cosa implica per i professionisti come lei questo scenario aperto da questo massiccio dispiegamento di risorse finanziarie europee?

Sicuramente una opportunità che speriamo di saper sfruttare, perchè in passato non siamo stati molto bravi. Si richiede professionalità e dobbiamo usarla: il tempo non è illimitato e la responsabilità collettiva deve essere usata. Ricordiamoci che il settore edile è responsabile del 40% delle emissioni di CO2 e viene toccato direttamente dal Green Deal: architetti, ingegnere, dobbiamo impegnarci in questa direzione cioè nelle tematiche energetiche, cercando anche modelli di sviluppo differenti. Dobbiamo unirci all’interno di un programma chiaro, e pensare all’intero ciclo di vita dell’opera. E come il tutto viene smaltito, ogni edificio che creiamo ha un impatto in questo senso, quindi ciclo di vita e fine ciclo di vita, la digitalizzazione in questo gioca un ruolo chiave.

Lei lavora in un settore la cui parola d’ordine è ‘progettualità’. Ma lei che progetti ha su sè stessa professionalmente parlando? Un’opera sulla quale vorrebbe mettere le mani, un sogno nel cassetto?

Non ho un sogno vero e proprio nel cassetto, lavoro già a progetti che non avrei mai immaginato, con clienti dal profilo alto. Quello che, vorrei capire è come nel nostro piccolo possiamo avere un impatto, come dare la possibilità alle persone di avere informazioni degli edifici e delle infrastrutture che usano e abitano. Quando vivi delle esperienze catastrofiche come nel mio caso che sono sopravvissuta ad un terremoto (quello a Lombock nel 2018 in Indonesia dove mi trovavo in vacanza e dove sono morte più di 500 persone) ti rendi conto di quanto sia importante il nostro lavoro di ingegneri, per evirare il crollo degli edifici. Ecco, mi piacerebbe poter dare alle persone accesso alle informazioni, tenendo conto anche della privacy.

Quindi anche il tema ‘privacy’ impatta nel vostro settore. Che tipo di sviluppo sta avendo questo filone dell’ingegneria?

Intanto va detto che quando parliamo di intelligenza artificiale nel nostro settore siamo ancora all’inizio: ci sono limitate applicazioni come quella per il monitoraggio della sicurezza in cantiere. dove gli algoritmi riconoscono il movimento dei macchinari e delle persone usando anche riconoscimento facciale qui l’aspetto del rispetto della privacy è fondamentale. Mi sto interessando a queste tematiche.

Il modello a cui ti ispiri? Sono molto selettiva mi piace basare le mie opinioni su qualcosa che ho sperimentato e vissuto in prima persona, per questo non mi faccio lusingare da opere viste sulle copertine, visitate una sola volta per poche ore o personaggi illustri mai incontrati. Le opere, così come le persone, bisogna viverle in diverse ore del giorno, in diverse stagioni e vedere come evolvono nel tempo.

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the Thirties

“DONNE SCIENZA INVENZIONE CARRIERA – Progetto di Gianna Martinengo”

Dalle esperienze alle skill al role model, viaggio tra le professioniste e scienziate che stanno facendo progredire il mondo della scienza italiano e internazionale. Interviste a “mente aperta” anticipate da un viaggio nei diversi mercati dell’innovazione. Uno spazio sarà dedicato alle trentenni , giovani donne – professioniste e scienziate – che affrontano il futuro con coraggio e determinazione.

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