La manager che trasforma i reflui industriali in oro blu.
Intervista a Monica Casadei, CEO di Iride Acque.

La prima impressione che si ha dialogando con Monica Casadei è che la sua vita assomigli ad un puzzle: è composta da tante piccole epifanie che con il tempo si sono combinate perfettamente fino a comporre l’immagine che vediamo adesso. Una donna caparbia e determinata che ha saputo trasformarsi in imprenditrice ed eccellere in un settore, quello della depurazione dei reflui generati dai processi produttivi, che fino a pochi anni fa era appannaggio di un gruppo molto ristretto di aziende.

Fortuite occasioni oppure fiuto?

«La mia vita – dice la CEO di Iride Acque – è stata costellata di occasioni fortuite». La prima, quando a soli 30 anni le è stato proposto “quasi per caso” di entrare in un’azienda green. «Negli anni novanta i temi ambientali non erano attenzionati come lo sono adesso e io, inizialmente, non ne ero nemmeno affascinata. Erano la moda e il design a farmi brillare gli occhi. Ma accettai comunque».

depurazione acque reflue

La seconda occasione si manifestò qualche anno più tardi, nel ’99, mentre stava partecipando ad un evento a Brescia e, origliando la conversazione dei vicini di tavolo, scoprì che uno dei più grandi player del settore, Saceccav Depurazioni Sacede Spa, era in vendita. «Quella fu proprio l’occasione della vita», racconta. «Fu grazie a quell’informazione, captata ancora una volta quasi per caso, che decisi di mettere insieme quattro, cinque imprenditori e di acquistare la Saceccav tramite un’operazione innovativa di LBOleveraged buy outtrasformandola, nel giro di 15 anni in un gruppo da 40 milioni di fatturato e 350 dipendenti».

È nel 2015, dopo un anno in cui si è dedicata ad altri progetti, («Ho anche pensato di darmi alla cucina: un’attività che amo perché mi permette di costruire piatti e pietanze a partire dal nulla») che Casadei fonda Iride Acque una società di ricerca per lo studio di nuovi processi di depurazione delle acque reflue industriali. La sede è a Parma, i laboratori e la produzione a Seregno (Monza Brianza).

Il referendum non fa acqua per tutti
referendum acqua

Ancora una volta quella che lei chiama “fortuna” riflette la sua capacità di captare, anzitempo, fenomeni che richiedono un cambio di rotta. «Nel 2011 il referendum sull’acqua aveva segnato un punto di non ritorno. La Commissione Europea aveva inflitto un serie di multe al nostro paese perché i depuratori in 18 regioni d’Italia erano insufficienti e inadeguati, sollecitando di fatto le aziende a depurare i reflui dove venivano prodotti. Era nata perciò l’esigenza di lavorare direttamente con le imprese, e non più per i Comuni e le loro municipalizzate. Quella che per molti era un momento di crisi, per noi si è trasformata in occasione».

Depurazione acque reflue: cosa c’entra una lavatrice?

Prima di lanciarsi nel nuovo progetto e di dare vita a Iride Acque, però, Monica Casadei si mette in ascolto delle esigenze delle aziende. «Io ho la tendenza ad innamorarmi dei miei progetti – spiega- ma quando si fa impresa è necessario verificare che quel progetto non rappresenti solo un desiderio personale, ma risponda anche ad un bisogno del mercato». È grazie a questa sua capacità di ascolto che intuisce che le imprese hanno due necessità insoddisfatte: hanno bisogno di avere una macchina molto piccola per depurare le acque di scarico; hanno bisogno che sia semplice. «Il nostro obiettivo – sottolinea – era produrre un sistema di depurazione delle acque che fosse simile ad una lavatrice, per dimensione e praticità e che fosse economicamente sostenibile».

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Il dispositivo di loro invenzione e produzione centra entrambi questi bisogni: garantisce risultati più efficaci e più efficienti rispetto a quelle tradizionalmente utilizzati; è più economico, perché viene ricavato sottoponendo ad uno specifico trattamento il materiale derivante dal recupero delle pile esauste, è di modeste dimensioni, e in più è ecologico, perché restituisce acqua che ben si adatta ad essere riutilizzata.

«Come Iride Acque abbiamo reso disponibile per molti ciò che prima era un privilegio solo per pochi, dato che in passato la tecnologia che noi utilizziamo, essendo molto costosa, era un processo riservato solo ai settori ad alta marginalità. La scoperta di poter utilizzare materiale di scarto ne ha ridotto drasticamente il costo. Questo dispositivo ora è anche protetto da brevetto». E così, un altro tassello della vita di Casadei si ricompone, dato che la tesi di laurea con cui si laureò in Bocconi nel 1992 verteva proprio sul sistema di brevetti e licenze.

Perché è essenziale che dietro alla depurazione delle acque ci sia una tecnologia per molti?

«Nel tempo abbiamo assistito ad un continuo incremento del consumo di acqua, generato sia dalla crescente urbanizzazione, sia dalla progressiva industrializzazione», spiega Monica Casadei. «Lo scarico di questi reflui nei corpi idrici disturba l’equilibrio del naturale ciclo dell’acqua, inficiandone le naturali potenzialità auto-depurative e portando all’esclusione di importanti fonti di approvvigionamento. Per questo diventa essenziale che i reflui in uscita dai processi produttivi prima di raggiungere le acque superficiali, vengano depurati e, quando possibile, riutilizzati sia per usi civili che industriali».

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Le sfide del 2021 di Monica Casadei: il noleggio

Due sfide importanti attendono Iride Acque nel 2021: «Vorremmo raddoppiare il numero dei dipendenti»: ora la società è composta da cinque persone, «Sono tutte socie, perché penso sia necessario che le colonne portanti del gruppo siano coinvolte a livello societario». E poi, vorremmo aprirci al noleggio. «Avvertiamo che in questo momento si stia facendo largo tra gli imprenditori l’idea che non è più necessario possedere un bene, ma sia meglio noleggiarlo», commenta. «I benefici sono molteplici: in termini economici, ambientali, sociali, di sostenibilità». In più, aggiunge, «Crediamo che questo possa avvicinare ai nostri prodotti anche le piccole imprese, come quel birrificio artigianale che ci ha chiamato ieri e che non sapeva, fino alla multa inflitta dall’Asl, che toccava loro la responsabilità di depurare l’acqua del loro impianto di produzione».

Infine, un piccolo vezzo personale: «Vorrei anche che il nostro sistema di depurazione delle acque fosse il più bello esteticamente, quasi di design. Anche se la nostra tecnica, un’ingegnera molto pragmatica, mi ha detto “Monica, l’importante è che funzioni”. Ma cosa ci posso fare, a me piace ricercare il bello in ogni circostanza».

Del resto, conclude Casadei, «Io con le mani in mano non ci so stare. Ho sempre sentito di essere nata per fare l’imprenditrice. Anche se la mia famiglia ha sempre sostenuto fosse meglio essere dipendente». Loro però non si sono mai opposti. «Anzi, quando a 30 anni mi sono licenziata dal mio primo incarico per aprire una mia società di consulenze, i miei genitori mi hanno detto “Per noi è una pazzia, ma noi ti staremo sempre a fianco”.

*Il portale di Unioncamere per la promozione dei comitati per l’imprenditoria femminile, Unioncamere – IV Rapporto sull’imprenditorialità femminile, 27/07/2020.

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