“Iceberg! Iceberg!”. Come gli antichi marinai che, in cima all’albero maestro della nave, gridavano con trepidazione “Terra. Terra in vista!” quando all’orizzonte compariva finalmente il lembo di terra che era la meta della loro traversata per mare, così “c’è ogni volta tanta emozione quando dalla Nuova Zelanda si arriva nel Mare di Ross e si avvista il primo iceberg”. Un’emozione che si rinnova sempre per chi, come Paola Rivaro, in Antartide c’è stata più volte.

Professoressa all’Università di Genova, dove insegna oceanografia chimica e chimica dell’ambiente, Paola Rivaro con le sue nove spedizioni in Antartide si è conquistata il titolo di “signora dei ghiacci”. La prima volta, nel 1994, era ancora una studentessa di dottorato. L’ultima, nel 2020, era a bordo della nave «Laura Bassi»: si trattava della prima spedizione scientifica targata PNRA (Programma nazionale per le ricerche in Antartide) per la prima rompighiaccio battente bandiera italiana. E a lei il compito di coordinare lo staff di circa 20 ricercatori e ricercatrici in qualità di responsabile scientifica della XXXV campagna italiana in Antartide.

Ultimo continente del pianeta a essere esplorato, a duecento anni (più uno) dalla sua scoperta (è stato Thaddeus von Bellingshausen il primo ad avvistare il continente bianco, nel 1820), oggi l’Antartide continua a essere meta di spedizioni che coinvolgono ricercatori e ricercatrici di tutto il mondo, nello studio del clima ma non solo: al centro delle collaborazioni internazionali ci sono infatti studi che riguardano l’oceanografia, la geofisica, la biologia, l’ecologia marina, la cosmologia…

“Il continente antartico è uno straordinario laboratorio naturale” spiega Rivaro. “Ed è un osservatorio d’eccellenza per studiare gli effetti del cambiamento climatico, perché le regioni polari sono tra gli ecosistemi più fragili del pianeta, tra i primi a manifestare gli effetti dello stress ambientale”.

Di fatto il cambiamento climatico impatta anche sulle proprietà di mari e oceani e lei, da oceanografa, studia proprio le acque polari?

Sì. Io studio gli effetti del cambiamento climatico sulle caratteristiche chimiche delle acque antartiche, effetti legati a un problema che è definito “l’altro problema della CO2”. Il più famoso dei gas serra conquista i titoli sui giornali e i riflettori delle tv perché è responsabile del riscaldamento globale. Il riscaldamento globale, infatti, è uno degli effetti dell’aumento della CO2 causato dalla deforestazione e dal consumo indiscriminato di combustibili fossili, perché una sua maggiore concentrazione in atmosfera potenzia l’effetto serra con conseguente aumento della temperatura. Ma un altro effetto che studiamo noi chimici marini è l’acidificazione oceanica.

Ci spieghi che cosa comporta questo fenomeno, perché forse non è ben chiaro quanto gli oceani risentano del cambiamento climatico.

Gli oceani sottraggono parte della CO2 dall’atmosfera e se questa sottrazione da un lato ha un effetto benefico, perché riduce la concentrazione di CO2 in atmosfera, dall’altro causa una riduzione del pH delle acque e questo è dannoso per la vita sottomarina.

L’aumento dell’acidificazione degli oceani ha infatti grossi effetti sull’ecosistema marino: per esempio può averne devastanti sugli organismi che hanno scheletri o gusci calcarei, di carbonato di calcio, che sono particolarmente vulnerabili a un’alterazione del pH.

Proprio per questo gli scheletri in carbonato di calcio degli organismi marini possono essere considerati una sorta di indicatore dell’acidificazione degli oceani. Ma tornando alle acque che lambiscono il continente bianco, perché sono particolarmente esposte all’aumento dell’acidificazione?

La regione polare è una zona in cui il problema dell’acidificazione oceanica si manifesta in modo più rilevante perché le acque antartiche hanno una bassa capacità tampone, cioè la capacità di contrastare l’aumento di acidità.

Sono infatti acque molto fredde e relativamente poco salate, caratteristiche che facilitano la solubilità dei gas dall’atmosfera. La solubilità dei gas nell’acqua aumenta infatti al diminuire della temperatura e della salinità. E una volta che i gas sono catturati in superficie vengono veicolati in profondità, grazie allo sprofondamento delle acque superficiali, che raffreddandosi a seguito delle basse temperature, aumentano la loro densità.

Valutare l’evoluzione nel tempo di questo fenomeno, attraverso l’analisi di serie storiche di dati, è quindi molto importante sia per comprendere l’impatto dei cambiamenti climatici ma anche per ipotizzare scenari futuri.

I dati delle nostre misure, infatti, nelle mani dei colleghi che si occupano di modelli climatici, consentono di realizzare previsioni su come il sistema potrebbe adattarsi in futuro al clima che cambia sempre più in fretta.

Il clima oggi è una sorta di sorvegliato speciale, perché è ormai chiaro che siamo nel be mezzo di una crisi senza confini.

Negli ultimi anni il clima è stato oggetto di una crescente attenzione anche grazie all’attivismo della giovane Greta Thunberg che è riuscita a scuotere le coscienze soprattutto dei suoi coetanei. Poi con l’avvento della pandemia, il problema del cambiamento climatico è ovviamente passato in secondo piano.

Ma ormai nel cambiamento climatico ci stiamo dentro. Il cambiamento climatico lo stiamo vivendo e i suoi effetti sono intorno noi.

Le ondate di calore, le precipitazioni molto intense, l’intensificarsi anche in termini di frequenza di fenomeni estremi… sono manifestazioni del cambiamento climatico.

In effetti, anche se la pandemia ha in parte distolto la nostra attenzione dalla preoccupante accelerazione di alcuni fenomeni, come la fusione dei ghiacciai e l’aumento delle temperature, in realtà proprio la pandemia dovrebbe ricordarci che la nostra salute è strettamente interconnessa a quella del pianeta e proprio l’alterazione degli ecosistemi naturali crea le condizioni ideali per incontri ravvicinati con virus pericolosi come il nuovo coronavirus. Come ha scritto Paolo Giordano, infatti, la nostra aggressività verso l’ambiente rende sempre più probabile il contatto con questi patogeni nuovi, che fino a poco tempo fa se ne stavano tranquilli nelle loro nicchie naturali, la deforestazione ci avvicina a habitat che non prevedevano la nostra presenza, l’urbanesimo inarrestabile pure. E allora il contagio deve essere un invito a pensare che siamo la specie più invadente di un fragile e superbo ecosistema. 

Ormai non c’è dubbio che le attività umane stiano alterando gli equilibri del pianeta e siano responsabili dei cambiamenti climatici: dati scientifici ed evidenze sperimentali attestano che il riscaldamento globale è di origine antropica.

Di fatto anche lei, nelle spedizioni in Antartide a cui ha partecipato ha contribuito allo studio dei cambiamenti climatici e della contaminazione ambientale, raccogliendo campioni delle acque polari da studiare poi sulla terraferma e conducendo esperimenti sui grandi laboratori galleggianti che sono le navi oceanografiche.

È vero. Le navi ospitano laboratori scientifici attrezzati con diversi strumenti che consentono di scandagliare i fondali, raccogliere campioni di acqua e di ghiaccio o carote di sedimenti… Campioni di cui poi analizziamo la composizione, la temperatura…

Ogni spedizione prevede un grande sforzo organizzativo a monte in modo da pianificare al meglio la raccolta del materiale e l’attività da svolgere a bordo. Quando si parte, per esempio, si attrezza la nave con tutti gli strumenti necessari , ma non solo: bisogna sempre prevedere di avere almeno un pezzo di ricambio perché se qualcosa si rompe, quando si è in navigazione, occorre risolvere il problema e anche avere un adeguato numero di contenitori per riuscire a prelevare un numero elevato di campioni.

Bisogna insomma organizzarsi per poter svolgere il proprio lavoro in condizioni estreme. Durante una spedizione, di fatto, sono i turni di lavoro a scandire le giornate: la nave lavora 24 ore al giorno e noi ci alterniamo giorno e notte e dobbiamo essere pronti ad adattarci alle condizioni meteo-marine che possono stravolgere i piani di lavoro.

Un lavoro che prosegue grazie al gioco di squadra tra tutti i membri della spedizione: la sinergia è fondamentale per raggiungere l’obiettivo e per vivere bene, in armonia, nei due mesi in cui tutto il proprio mondo è confinato a bordo della nave.

Già, nel corso di una campagna di ricerca vivete isolati dal resto del mondo, sospesi nel bianco della terra dei ghiacci. Ormai però lei è una veterana. 

É vero ho partecipato a nove campagne di ricerca in Antartide ma ogni volta è una sfida nuova e ogni volta si vivono emozioni diverse.

L’emozione della prima volta – che all’epoca pensavo fosse anche l’unica della mia vita – è indescrivibile. Ma non è stata da meno l’emozione di essere arrivata, nel corso dell’ultima spedizione, nel punto più meridionale della Terra raggiungibile da una nave. E che dire dell’emozione di essere accompagnati, durante una porzione del viaggio, dalle balene e osservare queste creature marine straordinarie navigare poco distanti da noi. E poi il paesaggio: durante i due mesi di navigazione non vediamo altro che mare, che a volte sembra confondersi con il cielo. Viviamo quasi in assenza di colori, circondati dal bianco, ma in realtà il paesaggio non è affatto monotono e l’avvistamento del primo iceberg ci fa quasi tornare bambini: ogni volta scatta una sorta di gara per essere il primo dell’equipaggio a scorgere all’orizzonte le prime masse di ghiaccio galleggianti.

Insomma, nel suo caso è proprio il caso di dirlo che la vita da scienziata può essere un’impresa straordinaria.

Fare scienza è bellissimo. Non posso negare che il mondo della ricerca è un mondo difficile e insidioso, richiede una dedizione costante e una formazione continua, ma alle giovani donne che ambiscono a diventare scienziate non posso che dire di impegnarsi al massimo e seguire le proprie passioni. Con la consapevolezza, però, che per una donna è più difficile che per un uomo arrivare alla plancia di comando. Vento in poppa e avanti tutta!

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“DONNE SCIENZA INVENZIONE CARRIERA – Progetto di Gianna Martinengo”

Dalle esperienze alle skill al role model, viaggio tra le professioniste e scienziate che stanno facendo progredire il mondo della scienza italiano e internazionale. Interviste a “mente aperta” anticipate da un viaggio nei diversi mercati dell’innovazione. Uno spazio sarà dedicato alle trentenni , giovani donne – professioniste e scienziate – che affrontano il futuro con coraggio e determinazione.

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