SOS tartarughe. L’impegno della biologa marina Sandra Hochscheid a difesa delle tartarughe marine.

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Nonostante la loro lunga storia su questo pianeta, le tartarughe marine sono diventate, loro malgrado, il simbolo dell’inquinamento e dell’importanza della salvaguardia dell’ambiente marino. Se il ritrovamento di fossili documentano, infatti, la loro presenza già almeno 120 milioni di anni fa (sarebbe Desmatochelys padillai la più antica tartaruga marina finora nota), la presenza di frammenti e resti di plastica nello stomaco delle tartarughe marine accudite dalla Stazione Zoologica Anton Dohrn di Napoli non lascia alcun dubbio su quanto insidiosa possa essere la plastica in mare.

A volte un sacchetto è il loro ultimo pasto, altre volte perdono una pinna perché rimane irrimediabilmente annodata tra fili di plastica…

La plastica in mare, però, è solo una delle minacce che mettono a repentaglio le tartarughe marine” puntualizza Sandra Hochscheid, che alla Stazione Zoologica partenopea coordina il Turtle Point – Centro Ricerche Tartarughe Marine.

La loro sopravvivenza è minacciata infatti da diverse attività umane che impattano negativamente sull’ambiente marino: dal turismo balneare nei siti di nidificazione, alla pesca e al traffico marittimo. Le tartarughe possono infatti rimanere accidentalmente intrappolate nelle reti, possono ingoiare ami o esche e possono riportare ferite anche molto gravi, se non addirittura mortali, a causa delle collisioni con le imbarcazioni a motore” racconta la biologa marina, la cui voce lascia trapelare non solo le sue origini d’oltralpe ma ancor di più l’amore per il suo lavoro.

Il mio interesse per la biologia nasce negli anni del liceo. In particolar modo ero affascinata dal mare e volevo studiare il mare: cosa che suonava bizzarra essendo cresciuta, io, in mezzo alle foreste della Renania”.

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Sandra Hochscheid inizia i suoi studi in biologia con specializzazione in zoologia e biologia marina alla Christian-Albrechts-Universität di Kiel, nel nord della Germania. L’amore per le tartarughe marine si consolida durante la tesi di laurea. Ed è allora che capisce chiaramente che vuole lavorare sul campo, andare in mare, monitorare e studiare il comportamento di questi rettili marini.

E così inizia a viaggiare – Cipro, Australia, Sud Africa – fino ad approdare in Italia, a Napoli. Dove dal 2001, all’ombra del Vesuvio, coniuga l’attività di ricerca a quella di soccorso. Perchè il Centro Ricerche Tartarughe Marine di Napoli è in fondo una sorta di pronto soccorso per le tartarughe in difficoltà.

«Sì, ma non solo. È un centro di recupero dove, se è necessario, ospitiamo anche a lungo le tartarughe, a seconda della gravità del danno subito, al fine di farle tornare in mare in perfetta salute. Siamo attrezzati, infatti, a gestire sia il primo soccorso che la riabilitazione fino al rilascio in mare. Abbiamo spazi, dunque, dedicati alla cura delle tartarughe marine, l’ambulatorio con la sala chirurgica, quello dove poter fare gli esami radiologici, le grandi vasche per la convalescenza, ma anche i laboratori per le analisi ambientali e biologiche e un centro visite.

Perché il nostro impegno è indirizzato alla protezione dell’ambiente marino e al salvataggio di questi grandi vertebrati, ma anche alla sensibilizzazione: cerchiamo cioè di far comprendere l’importanza della biodiversità marina».

Il Centro, quindi, è un luogo in cui ricerca, conservazione e divulgazione convivono per promuovere la salvaguardia degli ecosistemi dell’ambiente marino?

«Esattamente. Ricerca, conservazione e divulgazione vanno a braccetto perché solo conoscendo meglio il mare e i suoi abitanti possiamo proteggerlo. Svolgiamo quindi attività di ricerca e di monitoraggio ambientale, perché solo accrescendo le nostre conoscenze su questi straordinari abitanti del mare possiamo migliorare le misure di protezione e conservazione.

Gli studi genetici, per esempio, ci consentono di capire se sono esemplari nati qui o altrove. Il mare, in fondo, è una rete di spostamenti con diversi nodi dove le tartarughe si incontrano: conoscere questi nodi per noi è di particolare interesse per garantirne un’adeguata conservazione. E così le monitoriamo e le contiamo, per poter stimare la loro abbondanza: sapere quante tartarughe sono presenti in una certa area è fondamentale perché senza questo dato è difficile poi valutare gli effetti delle misure di conservazione adottate.

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Avere dati aggiornati fa insomma la differenza. Se si copre, per esempio, una nuova spiaggia di nidificazione, si può estendere un’area marina protetta. E di fatto stiamo riscontrando sempre più numerose nidificazioni in Italia rispetto a 30-40 anni fa».

Parlando di ricerca, lei in particolare studia gli adattamenti fisiologici delle tartarughe marine, che respirano aria e, quindi, alle attività subacquee devono alternare il ritorno in superficie per respirare.

«Mi ha sempre affascinato come questi animali, che respirano con i polmoni, si siano adattati alla vita in mare: trascorrono infatti il 98% della vita sott’acqua, in una sorta di perenne deficit di ossigeno, per tornare in superficie per respirare. Indago la loro resilienza nel rispondere ai cambiamenti ambientali».

Sono particolarmente sensibili ai cambiamenti climatici?

«Il mare si sta scaldando: e questo è un fatto, non un’ipotesi. Il Mediterraneo in particolare è interessato da periodi di super caldo che possono addirittura causare la mortalità di alcune specie marine. Le tartarughe Caretta Caretta hanno un ampio range di tollerabilità, perché nelle migrazioni che abitualmente compiono dal nord Adriatico fino al sud della Libia possono tollerare anche 15°di differenza nella temperatura dell’acqua… Ma il variare della temperatura inevitabilmente determina una serie di impatti sulla loro fisiologia.

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L’aumento della temperatura dei mari impatta per esempio sul loro consumo di ossigeno. Inoltre dobbiamo tenere d’occhio l’aumento delle temperature ambientali perché il sesso delle tartarughe è determinato dalla temperatura ambientale durante la covata».

Un destino comune ad altri molti rettili?

«Sì. Le tartarughe sono rettili marini. E come per altri rettili, il sesso dipende dalla temperatura in cui si sviluppa l’embrione. Per quanto riguarda le tartarughe marine, l’unica fase che vivono a terra è lo sviluppo embrionale: una volta in vita, schiuse le uova cioè, le tartarughe entrano in mare per fare ritorno a terra solo per la deposizione delle uova, che vengono poi incubate sotto la sabbia. Ebbene, il sesso è determinato dalla temperatura media ambientale: più fa caldo più nascono tartarughe femmine. Per cui l’aumento della temperatura globale potrebbe determinare un’alterazione del rapporto tra i sessi: in altre parole, se le temperature continuano ad aumentare potremmo avere solo femmine e per il futuro della specie sarebbe un problema…

È molto probabile che le maggiori nidificazioni di Caretta Caretta, la specie più comune nel Mediterraneo, che stiamo riscontrando in Italia siano una risposta all’aumento delle temperature nei consueti siti di nidificazione in Grecia, Libia, Turchia, Cipro. In altre parole, è plausibile che si stiano spostando verso latitudini più alte in risposta all’aumento della temperatura. Dico probabile, perché la vera causa non è del tutto nota. È anche possibile, per esempio, che quando arriva la primavera (che è più calda di 30 anni fa), le tartarughe che già si trovano vicino alle nostre coste per cercare cibo, si accoppiano con i maschi presenti nella stessa area e, anziché spostarsi verso il bacino orientale del Mediterraneo, nidificano sulle nostre spiagge perché trovano comunque buone condizioni per l’incubazione delle loro uova».

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A proposito di salvaguardia dell’ambiente: cosa possiamo fare per contribuire alla protezione di queste tartarughe che, secondo la classificazione dell’International Union for Conservation of Nature, sono in pericolo?

«Se si vede una tartaruga, è sempre buona prassi, indipendentemente se sia ferita o meno, chiamare la Capitaneria di porto (il numero blu 1530) che, in caso di bisogno, allerta i centri di recupero. Naturalmente, poi, ciascuno di noi può fare la propria parte, ogni giorno, per mantenere l’ambiente pulito. Proprio per questo, Covid a parte, ogni volta che riportiamo una tartaruga in mare, al termine della riabilitazione, condividiamo con scuole e famiglie il nostro amore per il mare e cerchiamo di spiegare l’impatto che le nostre azioni possono avere sulla vita di questi animali e dei loro habitat.

In fondo, la difesa dell’ambiente, del mare e dei suoi abitanti è un lavoro di squadra. Non mi stancherò mai di ricordare che il mare è vita, che la vita del nostro pianeta è legata la mare e anche la nostra, per cui non possiamo lasciarlo soffocare dai rifiuti».

Fonti: Plastic Europe, Corepla, Greenpeace Italia

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